Le conversazioni condivise dagli utenti di Meta Muse potevano essere individuate attraverso archivi di DNS passivo, anche senza conoscere in anticipo il collegamento. La società di sicurezza Claroc afferma di aver trovato più di 6.800 indirizzi di chat condivise e di aver osservato, in una parte dei contenuti esaminati, dati personali e documenti aziendali.
Come diventavano individuabili i collegamenti
Muse consente all'utente di trasformare volontariamente una conversazione in una pagina pubblica accessibile tramite URL. L'indirizzo combina il titolo della chat con un identificativo casuale e utilizza un sottodominio dedicato. In teoria la componente casuale dovrebbe rendere difficile indovinare il link.
Il problema riguarda il modo in cui il nome completo viene risolto dal DNS quando il collegamento viene aperto. I servizi di DNS passivo raccolgono e conservano le risoluzioni osservate: una ricerca sul dominio utilizzato da Muse può quindi restituire anche i sottodomini completi, inclusi titolo e identificativo. A quel punto la pagina può essere aperta da chi non ha ricevuto direttamente il link.
Oltre 6.800 pagine trovate con una ricerca
Dopo aver filtrato i risultati non pertinenti, Claroc ha contato più di 6.800 nomi associati a conversazioni condivise. I ricercatori hanno aperto alcune centinaia di pagine senza autenticazione. La maggior parte conteneva materiale ordinario, ma una minoranza esponeva informazioni che apparivano sensibili.
Tra gli esempi descritti figurano una richiesta di prestito, una revisione interna dei ricavi, appunti per un incontro riservato, un'allerta bancaria con parte del numero di conto, dati finanziari immobiliari e un calendario delle ferie con nomi di dipendenti. Claroc non ha pubblicato indirizzi o identità e afferma di non avere prove che terzi abbiano sfruttato le pagine.
Non è una violazione delle chat private
La scoperta non indica che tutte le conversazioni Muse fossero accessibili né che un aggressore potesse leggere le chat non condivise. Le pagine coinvolte erano state create dagli utenti tramite la funzione di condivisione. Il rischio nasce dal fatto che un link presentato come condivisibile con destinatari specifici era, in pratica, più facilmente rintracciabile di quanto ci si potesse attendere.
Anche l'esclusione dai motori di ricerca tramite file robots.txt non impedisce l'accesso diretto e non elimina le tracce nei sistemi DNS passivi o nei servizi pubblici di scansione degli URL. Il titolo inserito nel nome host può inoltre rivelare informazioni anche se la pagina viene successivamente rimossa.
Le precauzioni per utenti e aziende
Chi ha condiviso conversazioni Muse dovrebbe considerare quei collegamenti come pagine pubbliche, rimuovere quelli non più necessari e verificare se contenevano credenziali, dati bancari o documenti di lavoro. Quando informazioni di autenticazione sono state esposte, è opportuno sostituirle e controllare eventuali attività anomale.
Per le organizzazioni, il caso evidenzia la necessità di regole specifiche sulle funzioni di condivisione degli assistenti AI. I dipendenti non dovrebbero pubblicare documenti interni o dati personali in pagine accessibili tramite link, anche quando l'indirizzo appare lungo e casuale. Claroc riferisce di aver segnalato la questione al programma bug bounty di Meta l'8 ottobre; al momento delle prime pubblicazioni non risultava una risposta tecnica pubblica dell'azienda.