Creare un CyberHUB nazionale. È questo il senso del panel “CyberHUB Italia: dare vita all’ecosistema nazionale della Cybersecurity”, che si è tenuto la quinta edizione della conferenza internazionale CyberSEC – Cybercrime e Cyberwar: Norme, Geopolitica e Cybersecurity per una Difesa Comune, promossa da Cybersecurity Italia in collaborazione con la Polizia di Stato, si è svolto a Roma il 4 e 5 marzo.
Luigi Piergiovanni, Direttore Tecnico, Sielte, che quest’anno festeggia cent’anni di vita: “L’Italia non è all’avanguardia in ambito tecnologico sulla cybersecurity rispetto a paesi come Usa e Israele. Dobbiamo ragionare su diversi verticali, uno la difesa delle infrastrutture critiche e la sovranità digitale. I dati di cittadini dovrebbero essere residenti nei paesi locali, dove i CyberHUB potrebbero essere i presidi di difesa e di simulazione di attacchi. Prevenzione e resilienza sono le parole chiave.I CyberHUB territoriali destinati alle PMI. Senza Hub andiamo incontro al rischio di isole digitali localmente vulnerabili”.
Sielte, realtà italiana con 100 anni di esperienza nei settori delle Telecomunicazioni, dell’Information Technology e della Cybersecurity, si propone come partner qualificato per lo sviluppo e l’integrazione di Cyber Hub su scala nazionale.
“Disponiamo di competenze ed esperienza lungo l’intera catena del valore, con una solida presenza territoriale, servizi di protezione delle infrastrutture, NOC e SOC attivi sul territorio nazionale e collaborazioni con enti di ricerca. Investiamo inoltre nella formazione continua delle risorse dedicate alla sicurezza dei dati”, dice Piergiovanni.
“La disponibilità di Data Center proprietari e di reti di interconnessione sicure rappresenta oggi un requisito imprescindibile. Da sempre ospitiamo e proteggiamo alcune delle infrastrutture più critiche del Paese. Grazie a connettività ultra-sicura e ridondata, siamo in grado di offrire canali di comunicazione criptati, resilienti e segregati (SD-WAN) per collegare in modo protetto tutti i membri dell’Hub (aziende, PA, università)”, conclude Piergiovanni.
Nicola Mugnato, Co-Founder, Gyala: “Non possiamo avere un controllo completo perché sono richiesti investimenti troppo elevati. Dal punto di vista normativo nazionale ed europeo è stato fatto. In Italia le tecnologie italiane vanno recepite, servono politiche che incentivino le tecnologie italiane”. “Il fatto che le tecnologie italiane non siano presenti nei cataloghi di Consip è un problema”.
Emanuele Galtieri, CEO, Cy4Gate: “L’HUB della cybersecurity è necessario in Italia, è il perno centrale che controlla gli hub locali. E’ un concetto per creare sinergie ed evitare sovrapposizioni di un mercato molto frammentato. La parola chiave è interdipendenza. Servono dei gap filler”. “Se vogliamo essere indipendenti a livello europeo, serve una piattaforma industriale per consolidare le micro realtà italiane e poi europee”.
Gerardo Costabile, Executive Vice President, Dinova: “L’iniziativa è corretta, il punto è quello che deve fare l’imprenditoria italiana.C’è un problema per le aziende di medie dimensioni. Dobbiamo essere solidi finanziariamente e dal punto di vista tecnologica. I clienti molto spesso scelgono fornitori italiani quando vogliono delle personalizzazioni, le nostre aziende sono sartoriali anche nella cybersecurity. Servono le medie imprese in Italia, non bastano le startup”. “Spesso in Italia molti player sono rivenditori di tecnologie di altri. L’idea dell’HUB unico è fondamentale per far crescere e aggregare anche in termini di marketing in senso lato”.
Cristian Lucci, CEO, Sharelock: “Le eccellenze in Italia ci sono per l’ecosistema cyber italiano, il problema è che devi crescere ma non è facile. Sappiamo bene che c’è un problema di trust gap da parte dei clienti potenziali. Il CyberHUB potrebbe essere un facilitatore di tecnologia che deve crescere”. “Gli strumenti per promuovere il Buy European ci sono. Ma serve coraggio da parte di tutti per superare il buy Microsoft”.
Pier Nunzio Pennisi, General Manager, Karl Technology: “Esiste una mappa delle startup italiane che si occupano di cybersecurity? Hanno delle strategie di exit? Nel momento in cui l’azienda arriva sul mercato si confronta con lo scetticismo dei Cto di qualche system integrator nella scelta di un piccolo partner italiano. Sicuramente è più facile rifugiarsi all’ombra di un brand americano”. “Il tema del Buy European è sempre più diffuso soprattutto all’estero, ma la qualità della scelta deve essere garantita per restare sul mercato. Poi penso che le cose vengano da sé”.
Mattia Dalla Piazza, CEO e Co-Founder, Equixly: “Il sistema delle startup è estremamente frammentato, esistono tantissimi acceleratori e incubatori con una frammentazione dei fondi. Pochissime startup riescono a fare successo. Bisogna fare tecnologia, non servizi, per poi raccogliere capitali da venture capital internazionali. Alla fine dell’anno scorso abbiamo creato un’azienda europea, con 40 persone e 30 aziende che hanno deciso di scegliere i nostri prodotti”. “Per una realtà come la nostra avere un hub di riferimento con rapporti duraturi è importante. Nel nostro caso abbiamo dei piccoli partner italiani mentre con le Big Four americane riusciamo a fare più business”.
Gianpaolo Zambonini, Dirigente Superiore, Polizia di Stato e Direttore, Servizio per la Sicurezza Cibernetica, Ministero dell’Interno: “Ci sono tante problematiche ma per fare la cybersicurezza e raggiungere autonomia digitale dobbiamo puntare a creare valore. Le attuali procedure non abbattono i costi quando vado a mettere in piedi un progetto, l’ipotesi migliore è un risultato che dà 100 ma lo paghiamo 150. Dobbiamo creare valore, in questo si deve aiutare il CyberHUB. Il problema, cedendo Spyware o Palantir, è capire come le tecnologie si usano e come operano e investono i Sistemi Paesi. Di qua deve ripartire il dibattito come Italia. In Italia i dati non comunicano e ancora ci interroghiamo su quali limiti ci siano per la Sicurezza Nazionale. Bisogna riscrivere il rapporto tra pubblico e privato. Va protetta la supply chain.
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