La Corte Suprema Usa si pronuncerà sul controverso ricorso, da parte del Governo, dei mandati di perquisizione “geofence“.
La Corte Suprema statunitense dovrà pronunciarsi sul caso di data intelligence “Chatrie v. Usa” dopo aver accolto le istanze della difesa. Il caso verte sull’impiego, da parte del Governo, dei mandati di perquisizione “geofence“. In questo senso, “si potrebbero ridefinire i diritti alla privacy digitale dei cittadini in tutti gli Usa“.
Si tratta di ordini che le forze dell’ordine e gli agenti federali impiegano per obbligare le aziende tecnologiche, come Google, a fornire informazioni sugli utenti. In particolare, su una determinata posizione e in un certo momento, in relazione alla posizione del cellulare specifico. Così agendo, nel tempo si è creata una vasta rete di dati, impiegabile per identificare presunti criminali.
Il rischio, però, come hanno sottolineato gli attivisti per i diritti digitali e le libertà civili è che i mandati di “geofence” sono intrinsecamente troppo generici e incostituzionali. La ragione è che fornirebbero “informazioni su persone che si trovano nelle vicinanze ma non hanno alcun collegamento con un presunto reato“.
I precedenti
In diversi casi negli ultimi anni infatti, secondo TechCrunch, questi mandati “hanno raccolto persone innocenti che si trovavano casualmente nelle vicinanze“. Le quali poi “sono state erroneamente utilizzate per raccogliere dati ben al di fuori dell’ambito previsto e il cui impiego è servito per identificare individui che hanno partecipato a proteste o altre riunioni legali“.
Da un’indagine del New York Times del 2019 era emerso che il primo utilizzo di queste misure risaliva al 2016 e che nel corso del decennio c’è stata proprio un’impennata della loro popolarità.
Il caso
Nel caso di Okello Chatrie, l’uomo ha ricevuto una condanna per una rapina in banca avvenuta nel 2019. All’epoca, la Polizia aveva individuato nelle riprese delle telecamere di sicurezza della banca un sospettato che parlava al cellulare.
Gli investigatori hanno quindi notificato a Google un mandato di perquisizione basato su un “geofence”, chiedendo alla società di fornire informazioni su tutti i telefoni. E ancora di più nel dettaglio, di tutti quelli che si trovavano in un raggio ristretto intorno alla banca e nell’ora successiva alla rapina.
Gli investigatori hanno poi chiesto ulteriori informazioni su alcuni dei profili che si trovavano vicino alla banca per diverse ore prima del colpo.
Successivamente, la Polizia ha ricevuto i nomi e le informazioni associate di tre titolari di profili, uno dei quali è stato identificato come Chatrie, che si è poi dichiarato come “colpevole“. Così, ha ricevuto una condanna a 11 anni di carcere.
L’importanza della pronuncia della Corte
I suoi legali, però, sono riusciti a far valere la posizione secondo cui le prove ottenute con quel metodo erano il risultato di un illecito. È proprio questo il punto chiave per il quale si spendono i difensori della privacy. Secondo l’argomentazione avanzata, il mandato era infatti troppo generico in quanto non specificava il profilo concreto che conteneva i dati ricercati dagli investigatori.
Il caso Chatrie è il primo importante caso relativo al Quarto Emendamento che la Corte Suprema degli Usa abbia esaminato in questo decennio. Dopo aver accolto le istanze dei legali del cittadino, la sentenza potrebbe stabilire se i mandati basati sulla geolocalizzazione siano legittimi.
Il principale fulcro della questione sarà capire se i cittadini statunitensi abbiano una “ragionevole aspettativa di privacy“. Un’aspettativa che si rapporti alle informazioni che raccolgono i giganti della tecnologia, come i dati di localizzazione.
Per approfondire
- Il caso “Chatrie vs Usa“.
- Leggi il Bill of Rights (i primi dieci Emendamenti della Costituzione Usa).
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