Una recente scoperta ha reso noto il primo caso noto di “agentic ransomware“, quasi del tutto autonomo sfruttando l’AI. Eppure, anche ad un livello altissimo di minaccia è stato fondamentale comunque il fattore umano.
Analisti di cybersicurezza hanno documentato “il primo caso noto di agentic ransomware“. Si tratta di un attacco informatico in cui un agente di AI ha eseguito autonomamente “quasi tutte” le fasi dell’intrusione. “Quasi tutte“, perché comunque il fattore umano non ha perso la sua centralità, soprattutto nella fase di organizzazione e pianificazione dell’operazione.
L’operazione, che gli analisti di Sysdig hanno chiamato JadePuffer, ha raggiunto diversi obiettivi. Oltre ad aver compromesso un server vulnerabile, ha cifrato oltre 1.300 file di configurazione e ha generato automaticamente una richiesta di riscatto con un indirizzo Bitcoin per il pagamento.
Inizialmente sembrava addirittura che non fosse stato alcun intervento umano. Successivamente, gli stessi analisti hanno comunque chiarito che un operatore umano ha agito proprio nella fase preparatoria dell’operazione.
Perché il fattore umano conta ancora
“L’uomo“, sottolinea TechCrunch, “ha infatti scelto il bersaglio, predisposto l’infrastruttura di comando e controllo e fornito all’agente AI le credenziali rubate in precedenza“. Una volta avviata l’operazione, però, “l’intelligenza artificiale ha gestito autonomamente l’intera fase tecnica dell’attacco“.
L’agente ha sfruttato una vulnerabilità nota nel framework open source Langflow, utilizzato per sviluppare applicazioni basate su modelli linguistici. Dopodiché, ha compromesso un server MySQL e ottenuto i privilegi di amministratore attraverso un secondo exploit.
Secondo Sysdig, ciò che rende l’attacco particolarmente innovativo non sono tanto le tecniche utilizzate, già note agli esperti, “quanto la capacità dell’agente di adattarsi agli imprevisti in tempo reale“. In un caso documentato “è riuscito a correggere un errore di autenticazione in appena 31 secondi, spiegando persino il proprio ragionamento attraverso commenti nel codice“.
Una nuova sfida
Durante l’attacco sono state sottratte chiavi API appartenenti a diversi fornitori di AI, tra cui OpenAI, Anthropic, DeepSeek e Gemini.
Sysdig ha però precisato che queste credenziali facevano parte dei dati rubati e non indicano quale modello abbia effettivamente guidato JadePuffer. Gli analisti non sono comunque riusciti a identificare il modello utilizzato né la configurazione con cui operava.
Il caso JadePuffer ha dimostrato come gli agenti di AI possano ridurre drasticamente il lavoro richiesto ai cyber criminali, “aprendo la strada a campagne ransomware molto più numerose e automatizzate“.
Secondo Sysdig, comunque, il basso costo di questi agenti autonomi, porteranno attacchi di tali tipo a diventare sempre più frequenti nei prossimi mesi.
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L'articolo Ransomware, anche negli attacchi con l’agentic AI il fattore umano resta centrale. Lo studio sembra essere il primo su CyberSecurity Italia.
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