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Cosa Nostra guarda, di nuovo, alle armi della guerra: il mercato nero che arriva dall’Ucraina

Cosa Nostra guarda, di nuovo, alle armi della guerra: il mercato nero che arriva dall’Ucraina

A lanciare uno degli allarmi più significativi è stato il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia.

Per decenni il mercato clandestino delle armi in Europa ha avuto una geografia relativamente riconoscibile, i Balcani. L’ex Jugoslavia, i depositi militari rimasti senza controllo dopo la dissoluzione della federazione, i circuiti criminali che hanno trasformato le guerre degli anni Novanta in una fonte permanente di armamenti per la criminalità organizzata. Oggi, La guerra russo-ucraina ha prodotto una quantità senza precedenti di armi, munizioni, esplosivi e tecnologie militari concentrate in un teatro di guerra europeo e ha aperto, insieme al conflitto, un nuovo problema di sicurezza interna per l’intero continente.

A lanciare uno degli allarmi più significativi è stato il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia. La sua dichiarazione è particolarmente importante perché non parla di una semplice possibilità teorica. De Lucia ha riferito che gli investigatori hanno individuato un interesse della mafia verso le armi più sofisticate presenti nel mercato nero sviluppatosi con la guerra russo-ucraina. Soprattutto, segnali di tentativi di acquisto di droni lanciamine. Il procuratore ha parlato esplicitamente della volontà di Cosa Nostra di ricostituire un “arsenale di qualità”, dopo il ritorno sul territorio palermitano di armi da guerra, compresi AK-47 e ordigni ad alto potenziale provenienti, secondo la ricostruzione investigativa, dall’area balcanica.

Cosa Nostra, secondo quanto emerge dalle parole del procuratore, starebbe cercando di tornare a disporre di un arsenale più sofisticato, adeguato a uno scenario nel quale la disponibilità di tecnologia militare è cresciuta enormemente.

L’importanza dei droni

Il riferimento ai droni è probabilmente l’elemento più intuitivo e significativo. La guerra in Ucraina ha trasformato il drone da semplice piattaforma di osservazione o arma specialistica in una componente ordinaria della guerra contemporanea. Esistono sistemi commerciali modificati, piattaforme FPV, droni autonomi o semi-autonomi, dispositivi capaci di trasportare carichi e sistemi progettati specificamente per operazioni militari. Il confine tecnologico tra prodotto civile e capacità militare si è quindi assottigliato enormemente.

Un’organizzazione che riesca ad acquisire sistemi avanzati non ottiene semplicemente un’arma più potente. A essere ottenuta, sarebbe una capacità di sorveglianza, ricognizione e potenzialmente di attacco a distanza. De Lucia ha osservato che si tratta di strumenti rispetto ai quali le forze di sicurezza non sono, ancora, adeguatamente, preparate e dei quali non è chiaro quale potrebbe essere l’impiego da parte dei gruppi mafiosi.

Il fenomeno deve però essere separato da una narrazione che negli ultimi anni ha circolato con grande intensità, secondo cui enormi quantità di armi occidentali inviate all’Ucraina sarebbero già finite sistematicamente sul mercato nero europeo. Le evidenze disponibili non sostengono una conclusione così netta.

Nel 2022 Europol aveva già avvertito del rischio che la proliferazione di armi ed esplosivi in Ucraina potesse alimentare, nel tempo, traffici verso l’Unione europea attraverso rotte criminali già esistenti e piattaforme online. L’agenzia europea sottolineava tuttavia la necessità di monitorare il fenomeno, non certificava una vendita generalizzata delle armi occidentali consegnate a Kiev.

Ancora più importante è il quadro restituito dall’UNODC nello studio sulla criminalità organizzata in Ucraina. L’analisi evidenzia che la guerra ha aumentato enormemente la disponibilità di armi nel

Ancora in tempo?

Paese e ha prodotto una crescita della proliferazione interna, ma rileva che, fino al periodo analizzato, esistevano poche evidenze di traffico illecito transnazionale di armi e munizioni provenienti direttamente dalle aree di combattimento verso l’estero. Il traffico conosciuto appariva prevalentemente di piccola scala e caratterizzato, soprattutto, da attori individuali e commercianti opportunistici, non da grandi organizzazioni criminali transnazionali.

Questa distinzione è fondamentale. Il rischio esiste, ma il mercato nero ucraino non può essere automaticamente identificato con un gigantesco mercato clandestino delle armi NATO. Il problema strategico è invece ciò che potrebbe accadere nel medio periodo.

Le guerre producono sempre eccedenze, dispersione, furti, cattura di materiale, depositi clandestini e nuove reti di intermediari. Le armi possono essere sottratte durante il trasporto, deviate dopo la consegna, rubate dagli arsenali, catturate sul campo oppure acquistate attraverso circuiti criminali locali. Le organizzazioni criminali, dunque, non devono, necessariamente, creare nuove rotte. Possono utilizzare quelle che già possiedono. Europol osserva infatti che il traffico di armi costituisce generalmente un’attività complementare rispetto alle principali fonti di reddito delle organizzazioni criminali e che i gruppi tendono a sfruttare le infrastrutture e i contatti già costruiti attraverso droga, esseri umani, contrabbando e altri traffici.

Le principali reti storicamente coinvolte provengono dai Balcani occidentali e dall’area dell’ex Unione Sovietica. Circostanza che rende l’Italia particolarmente interessante. Cosa Nostra non avrebbe bisogno di costruire da zero un sistema internazionale di approvvigionamento. Può inserirsi in reti criminali europee già esistenti, acquistare attraverso intermediari e sfruttare la capacità delle organizzazioni transnazionali di muovere contemporaneamente denaro, droga, persone e armi. Lo stesso procuratore di Palermo ha ricordato che le armi da guerra recentemente individuate in Sicilia presentano collegamenti con il circuito balcanico, dimostrando come le vecchie rotte criminali continuino a funzionare mentre intorno a esse cambia la merce trasportata.

Non solo Cosa Nostra

La dinamica riguarda naturalmente anche le altre mafie italiane. Camorra e ’Ndrangheta possiedono da decenni una capacità logistica e finanziaria transnazionale che le rende potenzialmente adatte a inserirsi in nuovi mercati clandestini. Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che tutte queste organizzazioni stiano già partecipando sistematicamente al traffico di armi ucraine: le evidenze pubbliche disponibili non consentono una generalizzazione di questo tipo.

Vero è che la guerra in Ucraina non ha creato soltanto un nuovo stock di armi convenzionali. Ha accelerato una rivoluzione tecnologica che riguarda droni, sensori, comunicazioni, sistemi di navigazione, guerra elettronica e software. Se una parte di queste tecnologie dovesse entrare stabilmente nei circuiti criminali europei, il problema non sarebbe più soltanto quello del traffico di pistole, fucili d’assalto o munizioni.

Un problema di sicurezza tecnologica

Sarebbe un problema di sicurezza tecnologica. Un’organizzazione mafiosa dotata di droni avanzati, come è semplice immaginare, può sorvegliare un territorio senza esporsi. Può osservare le forze dell’ordine, controllare movimenti e infrastrutture, seguire un obiettivo e costruire una capacità di ricognizione che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente agli apparati militari. Se poi queste piattaforme vengono integrate con comunicazioni cifrate, strumenti di geolocalizzazione, sistemi commerciali di intelligence e capacità cyber, il risultato è qualcosa di molto diverso dalla mafia tradizionale.

Il fenomeno è quindi destinato a essere sempre più difficile da separare dalla cybersicurezza. Il mercato illegale delle armi e quello digitale stanno già entrando in contatto tramite piattaforme online, comunicazioni criptate, criptovalute, marketplace clandestini e strumenti OSINT possono facilitare la ricerca di acquirenti, intermediari e fornitori. La stessa ricerca europea sul contrasto al traffico illecito di armi sottolinea come le tecnologie digitali stiano contribuendo alla trasformazione delle modalità con cui questi mercati vengono organizzati.

In definitiva, la questione più seria è che la guerra ha creato un ecosistema europeo nel quale una quantità enorme di armamenti e tecnologie militari circola attraverso territori, depositi, rotte logistiche e mercati paralleli, mentre le organizzazioni criminali possiedono già le reti necessarie per intercettarne una parte.

E l’allarme di Palermo suggerisce che il passaggio dai Kalashnikov ai droni, dalle armi convenzionali alle nuove tecnologie nate e collaudate sul campo di battaglia, potrebbe rappresentare non solo l’evoluzione di un arsenale criminale. Potrebbe essere l’inizio di una nuova fase della guerra al crimine combattuta con le tecnologie impiegate alle porte d’Europa, progressivamente, iniettate nel tessuto criminale del continente.

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