Al momento, comunque, non risultano compromissioni dei sistemi militari, né informazioni sensibili esfiltrate all’estero.
Le telecamere installate sui droni navali K3 Scout della Royal Navy britannica e delle forze speciali dell’Uk avrebbero trasmesso delle comunicazioni a un indirizzo Internet localizzato in Cina. Lo riporta il Telegraph, che ha così confermato la presenza di componenti tecnologici cinesi all’interno dei dispositivi.
I K3 Scout rientrano in una flotta dal valore complessivo di circa 12 milioni di sterline, fornita dalla società britannica Kraken Technology Group. Le telecamere avrebbero inviato periodicamente delle heartbeat communications. Si tratta di quelle “comunicazioni automatiche utilizzate per verificare che i dispositivi fossero connessi e funzionanti“.
Il Ministero della Difesa britannico ha comunque precisato di non aver trovato alcuna prova di compromissione di sistemi militari o di informazioni sensibili esfiltrate. In ogni casi, le autorità di Londra hanno deciso di rimuovere la connettività Internet dalle telecamere.
L’importanza dei K3 Scout
I K3 Scout, entrati in servizio dallo scorso marzo, sono impiegati dal Coastal Forces Squadron e dal 47 Commando dei Royal Marines. I droni avrebbero inoltre dovuto trovare un impiego anche in future missioni britanniche nel Golfo, in particolare nello Stretto di Hormuz.
Sempre secondo il Telegraph, l’episodio rappresenterebbe “un grave fallimento nel controllo dell’origine dei componenti“, al punto da compromettere la fiducia nella piattaforma.
Le preoccupazioni riguardano anche la possibile esposizione di personale in possesso di autorizzazioni di sicurezza presso il quartier generale del Special Boat Service a Poole. Particolare attenzione ha inoltre suscitato “il fatto che alcune telecamere sarebbero rimaste attive anche quando i droni risultavano spenti“.
Le preoccupazioni
Il Kraken Technology Group ha dichiarato che alcuni dispositivi prodotti da terze parti, pur essendo conformi alle normative statunitensi NDAA, contenevano “un numero limitato di componenti provenienti dall’estero“. L’azienda ha tuttavia assicurato che una verifica, condotta insieme alla Royal Navy, “non ha rilevato alcuna evidenza di condivisione di informazioni sensibili al di fuori dei canali previsti“.
Il caso ha riacceso così i riflettori sui rischi legati alla provenienza dei componenti elettronici utilizzati nelle tecnologie militari. In particolare, “quando dispositivi connessi vengono impiegati in operazioni che coinvolgono forze speciali e infrastrutture strategiche“.
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