Prima ancora che una trattativa con la multinazionale, gli hacker criminali hanno comunicato “pubblicamente” la loro richiesta di riscatto.
Tre milioni di dollari, è questa l’entità del riscatto – un vero ultimatum – richiesto dal gruppo hacker criminale iamnotavillain, presunto responsabile del data breach contro Revolut. Lo riporta il Financial Times, che ha ricevuto il messaggio di riscatto.
La richiesta nei confronti della banca digitale britannica, precisamente, era di un versamento di “6,000 XMR / $3.000.000“. In caso contrario, ci sarebbe stata la vendita di tutti i dati. “Il sangue resterà sulle vostre mani”, minacciano ancora gli hacker criminali. La sigla XMR indica la criptovaluta Monero, utilizzata spesso a scopi illegali poiché le sue transazioni sono difficili da tracciare.
Insieme a questa comunicazione, il giornale si è visto inviare anche un video, autocancellatosi dopo 60 secondi. Le immagini mostravano alcuni movimenti informatici su Internet di un utente, “attraverso cache contenenti presunti documenti sottratti alla stessa Revolut“.
Il gruppo criminale ha inoltre fatto sapere al giornale, tramite Telegram, d’aver deciso per la prima volta di ricorrere a un ricatto pubblico e di non aver ancora avviato alcun negoziato con la società.
L’importanza dei dati
Sempre in quel video, i documenti mostrati sembravano includere patenti di guida, passaporti, foto identificative utilizzate durante il processo di verifica “Know your customer” e cronologie delle transazioni dei clienti di Revolut. La violazione dovrebbe aver interessato almeno 680 profili di clienti.
Il gruppo ha dichiarato di aver selezionato gli obiettivi utilizzando l’analisi blockchain per identificare i conti Revolut con significative disponibilità di criptovalute. La multinazionale britannica ha rifiutato di commentare la presunta richiesta di riscatto da parte degli hacker criminali.
Il data breach
Seppur con le indagini ancora in corso, la conferma è che la multinazionale finanziaria è stata vittima di una sofisticata operazione di impersonificazione.
La particolarità è che alla base dell’illecito non ci sarebbe stata un’intrusione nei sistemi della fintech, secondo il Corriere della Sera. “L’attacco avrebbe sfruttato una Pec compromessa della Prefettura di Reggio Calabria, utilizzata per inviare richieste apparentemente provenienti dalla Polizia postale e quindi trattate, almeno inizialmente, come normali adempimenti di legge”. Secondo la ricostruzione emersa finora, “la compromissione della casella sarebbe avvenuta attraverso un infostealer“.
Si tratta di un malware capace di sottrarre credenziali e consentire agli attaccanti di entrare in un account di posta. La tecnica è conosciuta anche come “Man in the Mail“. Dunque, un elevato livello di sofisticazione.
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