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Guerra cognitiva, ecco cosa dice il nuovo report NATO

Guerra cognitiva, ecco cosa dice il nuovo report NATO

La NATO esplora la guerra cognitiva, i suoi effetti su comportamenti e decisioni, e le strategie per difendere l’Alleanza.

Il Chief Scientist Research Reports (CSRR) della NATO ha pubblicato un nuovo report interamente dedicato alla Cognitive Warfare (CogWar), o guerra cognitiva, riconosciuta dalla NATO come una delle principali sfide strategiche per la sicurezza contemporanea.

Il documento affronta la crescente importanza dell’ambiente cognitivo nei conflitti contemporanei, approfondendo come la guerra cognitiva arrivi a plasmare il comportamento umano attraverso effetti cognitivi resi possibili grazie alle tecnologie e altri strumenti disponibili.

Cos’è la guerra cognitiva?

In letteratura sono proposte diverse definizioni del concetto di Cognitive Warfare. Tra queste, Du Cluzel ad esempio la descrive come la “manipolazione dei processi cognitivi dell’avversario” con l’obiettivo di indebolirlo, influenzarlo, rallentarlo e perfino distruggerlo.

Più in generale, può essere intesa come l’impiego di tutte le conoscenze, strategie e strumenti disponibili per influenzare il comportamento umano attraverso la dimensione cognitiva, con l’obiettivo finale di manipolare e alterare i processi decisionali. In questa prospettiva, la NATO, per sintetizzare, la definisce come la lotta per la superiorità cognitiva.

Ciò comprende attività non solo afferenti al mondo militare, ma anche a quello non militare, appositamente progettate per ottenere, mantenere e proteggere un vantaggio cognitivo sul nemico.

Come funziona?

È chiaro quindi che la guerra cognitiva incide sui processi decisionali umani, estendendo il proprio raggio di azione al pubblico e alla società nel suo complesso, oltre che alle forze militari. Così, l’informazione diventa uno strumento offensivo che viene diffuso attraverso molteplici piattaforme per colpire individui, governi e la coscienza collettiva. Le strategie tradizionali risultano potenziate grazie alle nuove tecnologie a disposizione, consentendo agli avversari di raggiungere e colpire un pubblico molto più ampio.

Gli avversari cercano di influenzare le percezioni, le decisioni e i comportamenti dei target scelti a più livelli: a livello sociale possono colpire i governi democratici, lo stato di diritto e i valori condivisi; a livello di gruppo possono destabilizzare la fiducia dei cittadini verso le istituzioni e polarizzare le diverse comunità; a livello individuale possono influenzare gli atteggiamenti dei cittadini e i processi decisionali dei singoli.

Occorre notare che le moderne tecnologie hanno aumentato la connessione tra gli individui, accelerando la diffusione delle informazioni e aprendo le porte a nuove forme di manipolazione e inganno, come i deepfake, che alterano i processi cognitivi umani.

Come risponde la NATO?

La NATO collabora strettamente con gli Alleati e i Partner per comprendere, contrastare e rafforzare la resilienza di fronte alle minacce informative. Questo approccio prevede sia azioni proattive che strumenti di risposta, che includono l’approfondimento della comprensione dell’ambiente informativo, la prevenzione delle minacce, la mitigazione degli incidenti e il rapido recupero dopo eventuali attacchi.

La NATO punta a un approccio “multidisciplinare”: si sono identificate 7 aree di conoscenza necessarie per mitigare e rispondere alla guerra cognitiva. Queste sette aree spaziano dalla comprensione di come le persone interpretano e reagiscono a situazioni complesse o ambigue (consapevolezza situazionale), di come gli avversari cercano di manipolare e influenzare percezioni, emozioni e decisioni (effetti cognitivi) e di quali sono le strategie adottate dall’avversario per colpire psicologicamente i target (modus operandi).

Gli studi in materia

Tra queste, rientrano poi anche lo studio delle tecnologie che amplificano l’impatto delle operazioni cognitive (abilitatori tecnologici e moltiplicatori di forze), le ricerche nei campi delle neuroscienza e delle scienze cognitive e comportamentali, oltre che l’analisi dei fattori sociali, culturali, economici e politici che modellano il comportamento individuale e collettivo.

La NATO ha anche identificato tre funzioni principali della Cognitive Warfare sulle quali sarà necessario concentrare la ricerca futura per aumentare la comprensione del fenomeno e affrontare al meglio queste minacce. La prima consiste nel ridurre le capacità degli avversari affinché agli Alleati sia garantita la superiorità cognitiva.

La seconda riguarda il potenziamento delle attuali capacità cognitive umane e tecnologiche, migliorando i processi di percezione, di analisi e di decisione. La terza e ultima funzione mira a rafforzare la resilienza della NATO di fronte alle minacce cognitive.

Con l’avvento di sofisticati strumenti di Intelligenza Artificiale e la crescente minaccia derivante dagli attacchi ibridi in grado di manipolare l’opinione pubblica, non è mai stato così cruciale investire nelle capacità di difendersi e di operare nella Cognitive Warfare.

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