La dimensione cyber è particolarmente delicata perché Stati Uniti e Israele non sono semplicemente due alleati militari.
Nel mondo dell’intelligence esiste una regola non scritta che ogni professionista conosce bene. Gli alleati si aiutano, collaborano e condividono informazioni, ma non smettono mai di spiarsi. La storia delle relazioni internazionali è costellata di episodi in cui Paesi formalmente amici hanno continuato a raccogliere informazioni l’uno sull’altro. Esiste, però, una differenza sostanziale tra l’accettazione tacita di questa realtà e la decisione di elevare formalmente il livello di allerta contro un alleato.
La Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense avrebbe elevato Israele al livello critical nelle valutazioni di controspionaggio, il massimo livello previsto dal sistema interno americano. Una classificazione che, se confermata, rappresenterebbe un fatto senza precedenti nei confronti di uno dei partner strategici più stretti di Washington.
La notizia assume un significato che va ben oltre la cronaca. Non si tratta infatti di una semplice divergenza diplomatica o di un incidente tra servizi segreti. Una revisione di questo tipo modifica concretamente il modo in cui le agenzie statunitensi gestiscono informazioni classificate, comunicazioni operative, accessi ai sistemi e condivisione di intelligence con il partner interessato.
Cosa produce un più elevato livello di guardia
In termini pratici, un innalzamento del livello di guardia produce conseguenze immediate. Aumentano le verifiche sugli accessi alle informazioni sensibili, vengono rivisti i protocolli di comunicazione, si rafforzano le procedure di compartmentalization e possono essere introdotte limitazioni alla condivisione di dati riguardanti operazioni in corso. Nei casi più delicati, vengono persino modificati i criteri con cui personale governativo, militare e industriale interagisce con controparti del Paese interessato.
Dal punto di vista cyber il significato è ancora più rilevante.
Negli ultimi vent’anni la cooperazione tra Stati Uniti e Israele ha prodotto una delle integrazioni tecnologiche e di intelligence più profonde esistenti al mondo. Sistemi antimissile, programmi di cyberdifesa, piattaforme SIGINT, software di analisi dati e infrastrutture di sicurezza condividono spesso tecnologie, dati e personale provenienti dai due Paesi.
Quando un alleato viene considerato un rischio di controspionaggio, il problema non riguarda soltanto i documenti classificati, quanto l’intero ecosistema digitale che collega governi, contractor della difesa, infrastrutture critiche e aziende private.
Secondo le indiscrezioni riportate da NBC e riprese da numerose testate internazionali, le preoccupazioni statunitensi sarebbero state alimentate dalla convinzione che Israele stesse intensificando gli sforzi per comprendere le deliberazioni interne dell’amministrazione americana riguardo alla guerra contro l’Iran e alle operazioni regionali. Alcune ricostruzioni parlerebbero, persino, del ritrovamento di software destinati all’intercettazione delle comunicazioni su dispositivi utilizzati da funzionari americani operanti nell’area. Israele ha respinto le accuse definendole infondate.
La dimensione cyber è particolarmente delicata perché Stati Uniti e Israele non sono semplicemente due alleati militari. Sono due ecosistemi tecnologici fortemente integrati. Qualsiasi rivalutazione del rischio di intelligence inevitabilmente si riflette sugli appalti.
Mercenari digitali e diffidenze reciproche
La sicurezza nazionale americana si regge, anche, su una rete di contractor privati che sviluppano software, infrastrutture cloud, sistemi di sorveglianza e piattaforme di analisi avanzata. In uno scenario di maggiore diffidenza, Washington potrebbe decidere di limitare l’accesso di alcune aziende a particolari programmi classificati, ridefinire le procedure di auditing sui fornitori o introdurre verifiche più severe nei confronti di soggetti considerati esposti all’influenza di servizi stranieri.
Non si tratta necessariamente di cancellare contratti. Molto più spesso si interviene attraverso modifiche nei requisiti di sicurezza, restrizioni sulle autorizzazioni e limitazioni alla circolazione delle informazioni.
Storicamente gli Stati Uniti hanno già dimostrato di essere pronti a prendere misure drastiche quando ritengono che interessi industriali e sicurezza nazionale entrino in collisione. Il caso di Palantir Technologies, così come quello di numerose aziende operanti nei settori cloud, AI e difesa, mostra quanto il rapporto tra appalti e sicurezza sia ormai inseparabile.
Il contesto geopolitico rende tutto ancora più complesso
Il contesto geopolitico rende tutto ancora più complesso. Le tensioni tra Washington e Tel Aviv non nascono infatti da una crisi isolata, ma dall’evoluzione della guerra regionale che coinvolge Iran, Libano e l’intero sistema di sicurezza mediorientale. Washington, nonostante un primo approccio decisamente muscolare, ha tentato più volte di costruire meccanismi di de-escalation e cessate il fuoco, mentre Israele ha continuato a mantenere un approccio più aggressivo verso Hezbollah e l’Iran.
Le recenti operazioni militari israeliane contro obiettivi iraniani e libanesi hanno ulteriormente alimentato le frizioni. Israele avrebbe condotto azioni militari non pienamente coordinate con Washington, suscitando irritazione all’interno dell’apparato di sicurezza americano.
L’intelligence diventa così uno strumento di gestione dell’incertezza tra partner
Dal punto di vista dell’intelligence questo, rispetto agli altri aspetti analizzati, produce un problema enorme. Quando due alleati condividono operazioni militari ma divergono sugli obiettivi strategici finali, la raccolta informativa reciproca aumenta inevitabilmente. Israele vuole comprendere fino a che punto gli Stati Uniti siano disposti a sostenere nuove operazioni contro l’Iran. Gli Stati Uniti vogliono sapere quanto Tel Aviv sia intenzionata a spingersi oltre nelle proprie iniziative militari.
L’intelligence diventa così uno strumento di gestione dell’incertezza tra partner.
L’inevitabile perdita di fiducia
Dal punto di vista formalmente legale, la situazione è altrettanto interessante. Il diritto internazionale non vieta esplicitamente lo spionaggio tra Stati. Esistono norme che disciplinano attività specifiche, ma la raccolta informativa rimane sostanzialmente un’attività tollerata nella pratica internazionale. La vera conseguenza non è giuridica ma politica: la perdita di fiducia.
Nel settore cyber questa perdita di fiducia produce effetti particolarmente rilevanti. L’interoperabilità tra reti militari, piattaforme cloud, sistemi di comunicazione e programmi di intelligenza artificiale si basa infatti sulla convinzione che il partner utilizzerà le informazioni condivise secondo regole concordate.
Quando emerge il sospetto che un alleato stia cercando di ottenere accesso a informazioni ulteriori rispetto a quelle formalmente condivise, l’intero sistema viene rimesso in discussione. La vera notizia, quindi, non è che Israele possa aver tentato di raccogliere informazioni sugli Stati Uniti. Nella storia dell’intelligence questo accade continuamente tra Paesi amici e avversari. L’elemento realmente significativo è che una parte dell’apparato di sicurezza americano sembri aver ritenuto necessario formalizzare pubblicamente la propria preoccupazione.
Un sintomo, più che un segnale, in grado di raccontare molto dello stato attuale delle relazioni tra Washington e Tel Aviv, ma soprattutto che nell’era della guerra ibrida, del cloud militare e dell’intelligenza artificiale, il confine tra alleato e bersaglio informativo è diventato più sottile che mai.
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