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Frosini (Cybersolvo): “AI, Competenze e fiducia per la cybersecurity delle PMI”

Frosini (Cybersolvo): “AI, Competenze e fiducia per la cybersecurity delle PMI”

Intervista a Paolo Frosini, Managing Director di Cybersolvo, società toscana specializzata nella cybersecurity delle PMI.

L’intelligenza artificiale sta cambiando anche il modo di attaccare e difendere sistemi, dati e infrastrutture digitali. Nell’era dell’AI agentica, la cybersecurity non può più basarsi solo sugli strumenti tecnologici, ma deve puntare su competenze, consapevolezza e fiducia. Ne abbiamo parlato con Paolo Frosini, Managing Director di Cybersolvo, società toscana specializzata nella sicurezza informatica per PMI, pubbliche amministrazioni locali e organizzazioni sanitarie.

Cybersecurity Italia. Siamo nell’era dell’AI agentica, non più soltanto generativa. Una tecnologia che può essere usata sia per difendersi dai cyberattacchi sia dagli attaccanti. Come ci si difende da cybercriminali che utilizzano l’intelligenza artificiale e super modelli di AI?

Paolo Frosini. L’evoluzione dell’intelligenza artificiale è rapidissima e ha un impatto molto forte anche sulla sicurezza informatica. Alcuni modelli specifici per la cybersecurity riducono i tempi di individuazione di minacce zero-day da mesi a minuti. È un’arma molto potente.

Per fortuna l’AI può essere usata sia dagli attaccanti sia da chi si difende. Ma non fa tutto da sola. Questo è un punto importante. L’intelligenza artificiale ha ancora problemi di affidabilità: è assertiva, ma non sempre precisa e specifica. Per questo serve l’intervento di persone competenti.

Un sistema automatico basato sull’AI può trovare cento o mille vulnerabilità, ma se un’azienda non ha tempo e risorse per analizzarle e risolverle, il risultato non è utile. Il ruolo dell’essere umano resta fondamentale: l’AI va usata, ignorarla sarebbe un errore, ma va resa precisa e affidabile attraverso competenze ed esperienza.

Cybersecurity Italia. Voi lavorate molto con PMI, pubbliche amministrazioni locali e sanità. Come si aiutano queste realtà dal punto di vista cyber?

Paolo Frosini. La sfida è trovare misure giuste e proporzionate. Non tutte le organizzazioni hanno grandi budget o strutture interne dedicate. Bisogna individuare le misure minime per abbassare il rischio a un livello accettabile, sostenibile in termini di costi e tempi.

È come andare dal medico: non servono medicine infinite, servono quelle giuste. Anche nella cybersecurity ci sono interventi minimi che, con un investimento contenuto, possono proteggere da molti attacchi.

Oggi la criminalità informatica cerca continuamente nuovi target. Un’azienda non può restare scoperta. Deve almeno adottare alcune protezioni di base, a partire dalla consapevolezza degli utenti.

Cybersecurity Italia. Quanto conta il fattore umano?

Paolo Frosini. Conta moltissimo. La consapevolezza (awareness) non si ottiene con una mezza giornata di formazione. Serve un percorso continuo. I dipendenti non devono diventare tutti esperti informatici, ma devono tenere alto il livello di attenzione.

Il momento decisivo è quando arriva il click da non fare. È lì che la formazione deve funzionare. Per questo servono campagne ripetute, simulazioni e attività costruite sulle reali abitudini dell’organizzazione.

Cybersecurity Italia.  Quali altre misure sono importanti?

Paolo Frosini. Serve proteggere gli endpoint, quindi computer e dispositivi usati ogni giorno. Esistono molti prodotti validi, ma vanno scelti in modo proporzionato e consapevole. Bisogna evitare soluzioni improvvisate o poco affidabili.

Poi bisogna testare le difese. Per capire se le misure adottate funzionano davvero, servono vulnerability assessment e penetration test.

Anche il migliore sviluppatore o sistemista può dimenticare qualcosa: una porta configurata male, una libreria obsoleta, una vulnerabilità nel codice o nei prodotti acquistati. I test servono proprio a individuare questi problemi.

Cybersecurity Italia.  Come nasce Cybersolvo e su cosa siete specializzati?

Cybersolvo nasce osservando l’evoluzione del mercato. Cinque-sei anni fa abbiamo visto che la cybersecurity non riguardava più soltanto grandi imprese e grandi infrastrutture. Il problema si stava spostando anche sulle piccole e medie imprese.

Per questo abbiamo creato un gruppo interno specializzato, con persone formate in modo continuativo. Volevamo avere competenze interne e vicine ai clienti.

Ci siamo specializzati soprattutto su awareness, simulazioni di phishing, vulnerability assessment e penetration test. Sulla formazione non ci limitiamo a fornire una piattaforma standard: costruiamo campagne e simulazioni sulla base delle debolezze reali del cliente. Se un’azienda usa un sistema interno per la gestione delle presenze, possiamo creare una simulazione di phishing che imita quel contesto, senza replicarlo in modo identico. In questo modo gli utenti si allenano su situazioni realistiche e imparano a riconoscere i rischi.

L’obiettivo è mantenere la consapevolezza nel tempo. Non basta un intervento singolo: servono percorsi di almeno due o tre anni per raggiungere livelli di sicurezza più solidi.

Cybersecurity Italia. E sulla parte tecnica?

Paolo Frosini. Siamo un gruppo di ethical hacker. Testiamo applicazioni, reti e sistemi usando strumenti automatici, competenze manuali e anche intelligenza artificiale. Alla fine consegniamo un report con i problemi principali e le soluzioni.

Il punto non è dare al cliente un elenco di cento o mille criticità, ma indicare quelle davvero importanti: sei, dieci, quindici problemi prioritari, con indicazioni concrete per risolverli.

Per molte PMI è fondamentale avere interventi sostenibili. Non ha senso proporre soluzioni da decine di migliaia di euro a chi non può permettersele. Con investimenti mirati, anche di poche centinaia o alcune migliaia di euro, si può già abbassare molto il rischio.

Cybersecurity Italia. Cybersolvo è una società italiana e toscana. Quanto conta oggi l’attenzione verso aziende italiane ed europee nella cybersecurity?

Conta molto, soprattutto in questo momento geopolitico. Non siamo contro la globalizzazione, che esiste e non si può fermare. Però la cybersecurity è un ambito estremamente sensibile.

Quando un cliente ci chiede di formare i dipendenti o di entrare nei suoi sistemi per fare test, serve un rapporto di fiducia. La vicinanza è importante. Sapere chi sono le persone, come lavorano, che esperienza hanno, fa la differenza.

La sicurezza informatica non può essere trattata come un prodotto qualsiasi comprato a sportello da un fornitore sconosciuto. È più simile alla medicina: non affideresti la tua salute a qualcuno che non conosci e di cui non ti fidi.

Cybersecurity Italia. Perché l’indipendenza digitale europea è importante?

L’Europa lavora da decenni su regole per tutelare i dati e limitare l’impatto delle tecnologie. Non ha senso ignorare questo percorso e affidarsi completamente a soluzioni solo commerciali, magari lontane e difficili da controllare.

L’indipendenza digitale è un traguardo a cui puntare. Non risolve da sola tutti i problemi, ma aumenta il livello di attenzione e di responsabilità. Le tensioni geopolitiche degli ultimi anni rendono questo tema ancora più necessario, soprattutto quando si parla di sicurezza informatica.

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