Nuove limitazioni alle Forze dell’Ordine negli Usa, dove la Corte Suprema ha stabilito che anche per i geofence warrant servirà un formale mandato di autorizzazione.
La Corte Suprema degli Usa ha stabilito che le Forze dell’Ordine non potranno più ottenere liberamente i dati di geolocalizzazione degli utenti raccolti dalle aziende tecnologiche attraverso i mandati geofence. Si tratta di quei mandati che permettono alla Polizia di accedere ai giganteschi database delle Big Tech. Rafforzate, dunque, le tutele della privacy digitale.
Con una decisione approvata a maggioranza (6 voti a 3), i giudici hanno riconosciuto un principio fondamentale. Quello secondo cui “ogni individuo ha una ragionevole aspettativa di privacy rispetto alle informazioni sulla posizione generate dal proprio telefono cellulare“.
Conseguentemente, le autorità dovranno ottenere un regolare mandato di perquisizione la cui base giuridica deve fondarsi su una “probable cause“. Prima di chiedere l’accesso ai dati storici di localizzazione, ci dovrà dunque essere “un fondato motivo di ritenere che ci sia stato un reato“.
Come funzionano i mandati geofence
I mandati geofence, spiega TechCrunch, consentono agli investigatori di chiedere alle aziende tecnologiche di individuare tutti i dispositivi presenti in una determinata area geografica. Il tutto, all’interno di un preciso intervallo di tempo.
Dopo aver delimitato un’area sospetta su una mappa, la Polizia può chiedere al giudice l’autorizzazione a ordinare alle piattaforme digitali di verificare quali utenti si trovassero in quel luogo. E per compiere questa operazione, si serve degli archivi dei dati di localizzazione.
Il dibattito interno sulla privacy
Questo tipo di strumento investigativo è stato a lungo criticato dalle organizzazioni per i diritti civili perché coinvolge inevitabilmente anche persone estranee ai fatti, raccogliendo dati di utenti innocenti.
La Corte Suprema non ha comunque vietato del tutto l’utilizzo dei mandati geofence. Ha tuttavia chiarito che essi rientrano nelle tutele garantite dal Quarto Emendamento della Costituzione americana. Le autorità potranno quindi continuare a richiedere dati di localizzazione, ma solo dopo aver ottenuto un mandato specifico e dimostrato l’esistenza di elementi concreti che giustifichino la richiesta.
La sentenza è nata dal caso Chatrie v. United States. Okello Chatrie, condannato per una rapina in banca, aveva contestato l’utilizzo durante il processo di prove raccolte attraverso un mandato geofence. Il motivo, secondo la difesa, era la violazione della Costituzione.
Gli investigatori avrebbero infatti operato seguendo il “cercare prima e sviluppare i sospetti dopo“. Tutto il contrario. Ci sarebbe infatti stata l’inversione del tradizionale principio secondo cui “è necessario dimostrare un collegamento tra una persona e un reato prima di ottenere un mandato“.

La Corte Suprema ha stabilito che la Corte d’Appello dovrà stabilire se il mandato utilizzato dagli investigatori fosse supportato da un sufficiente “probable cause” e quindi valido.
Il possibile impatto sulle Big Tech
La decisione potrebbe avere un impatto significativo sulle future indagini negli Usa.Negli ultimi anni alcune aziende, tra cui Google, hanno modificato la gestione dei dati di localizzazione conservandoli direttamente sui dispositivi degli utenti anziché sui propri server.
Si è così limitata l possibilità di consegnarli alle autorità. Anche altre società come Microsoft, Uber e Yahoo ricevono regolarmente richieste di dati basate sui mandati geofence.
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