Dall’arresto degli ex due 007 italiani non emerge soltanto un presunto passaggio illecito di documentazione e informazioni classificate ma la possibile esistenza di un’attività informativa protrattasi nel tempo, inserita in una strategia di raccolta sistematica di informazioni militari, operative e tecnologiche riguardanti l’Italia e, più in generale, l’Alleanza Atlantica.
Nel lessico dell’intelligence esiste una differenza sostanziale tra raccogliere informazioni su un avversario e costruire, nel tempo, una rete stabile di accesso ai suoi segreti. La recente notizia dell’arresto di due appartenenti all’Arma dei Carabinieri, accusati di aver favorito per anni attività di spionaggio in favore della Federazione Russa, racconta una vicenda che appartiene chiaramente alla seconda categoria.
Non emerge soltanto un presunto passaggio illecito di documentazione e informazioni classificate ma la possibile esistenza di un’attività informativa protrattasi nel tempo, inserita in una strategia di raccolta sistematica di informazioni militari, operative e tecnologiche riguardanti l’Italia e, più in generale, l’Alleanza Atlantica.
La ricostruzione
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la Procura contesta agli indagati una serie di condotte riconducibili ai reati contro la personalità dello Stato, ipotizzando la trasmissione di documentazione riservata a soggetti collegati ai servizi di intelligence della Federazione Russa. Dalle attività investigative emergerebbe una relazione consolidata che affonderebbe le proprie radici nei primi anni Duemila. Si tratta di un elemento di straordinaria rilevanza analitica. Le operazioni di intelligence di questo livello raramente vengono pianificate in funzione di un obiettivo immediato. Al contrario, si fondano sulla costruzione paziente di rapporti fiduciari, sulla coltivazione delle fonti e sulla capacità di mantenere nel tempo un accesso privilegiato alle informazioni strategiche.
Questo aspetto racconta molto del modo in cui operano i servizi di intelligence russi. La tradizione del GRU e dell’SVR, eredi diretti dell’apparato sovietico, attribuisce enorme valore alle cosiddette operazioni “a lungo respiro”. Reclutare una fonte non significa necessariamente sfruttarla immediatamente, ma conservarla per il momento in cui il contesto geopolitico renderà quelle informazioni decisive. È un approccio profondamente diverso rispetto alla percezione comune dello spionaggio, spesso influenzata da una narrativa cinematografica fatta di missioni rapide e operazioni spettacolari. La realtà dell’intelligence è molto più lenta, metodica e, proprio per questo, estremamente efficace oltre che, chiaramente, pericolosa.
La documentazione richiamata negli atti giudiziari conferma questa impostazione. L’interesse degli apparati russi non sembra concentrarsi su un singolo documento classificato, ma sulla costruzione di una fotografia complessiva delle capacità militari italiane. In questo quadro assume particolare rilievo il riferimento al dispositivo nazionale schierato in Bulgaria nel 2025.
La postura della NATO
A una lettura superficiale potrebbe sembrare un’informazione marginale. In realtà racconta molto dell’attuale postura strategica della NATO. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Alleanza Atlantica ha rafforzato la propria presenza lungo il cosiddetto fianco orientale, istituendo e ampliando i Multinational Battlegroups nei Paesi maggiormente esposti alle tensioni con Mosca. L’Italia partecipa direttamente a questo dispositivo, assumendo responsabilità operative anche in Bulgaria. Non si tratta di una missione fuori area tradizionale, bensì della difesa collettiva di territorio appartenente all’Unione europea e all’Alleanza Atlantica.
Dal punto di vista russo, conoscere la consistenza, l’organizzazione, la logistica, le capacità operative e i tempi di rischieramento di quel contingente significa acquisire informazioni preziose sulla capacità dell’Italia di contribuire alla difesa del fianco sud-orientale della NATO. È il segnale di come la guerra in Ucraina abbia modificato profondamente la percezione della sicurezza europea. Oggi anche un dispositivo italiano dispiegato in Bulgaria assume un valore strategico diretto nel confronto con Mosca.
Alla Russia interessano gli assetti cyber nazionali dell’Italia
L’elemento probabilmente più interessante dell’ordinanza riguarda però il riferimento alle capacità cyber della Repubblica italiana.
Gli atti richiamano infatti documentazione concernente le forze e gli assetti cyber nazionali, circostanza che merita una riflessione più ampia.
Oggi le capacità cyber costituiscono uno dei principali moltiplicatori di forza di uno Stato. Esse comprendono non soltanto la difesa delle reti governative e militari, ma anche le capacità di risposta agli attacchi informatici, le strutture deputate alla protezione delle infrastrutture critiche, le procedure di comando e controllo, le relazioni tra intelligence, Forze armate e Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, nonché, nei limiti consentiti dalla normativa nazionale, le capacità offensive sviluppate per il dominio cibernetico.
Comprendere come uno Stato organizza queste capacità significa individuarne punti di forza, vulnerabilità, catene decisionali e livelli di resilienza. Informazioni di questo tipo assumono un valore enorme in un conflitto moderno, dove le operazioni informatiche precedono, accompagnano e spesso sostituiscono l’impiego della forza convenzionale.
La guerra russo-ucraina rappresenta il principale laboratorio di questa trasformazione. Le offensive cyber non vengono più considerate attività autonome, ma parte integrante della pianificazione militare. Attacchi contro reti energetiche, sistemi satellitari, comunicazioni, logistica e infrastrutture digitali vengono pianificati in modo coordinato con le operazioni terrestri, navali e aeree. In questo contesto, conoscere preventivamente l’architettura cyber di un Paese NATO significa prepararsi a neutralizzarne la capacità di risposta qualora il confronto dovesse intensificarsi.
Anche sotto il profilo giuridico la vicenda presenta implicazioni significative. I documenti richiamati dall’ordinanza non vengono descritti come semplici informazioni amministrative, ma come materiale classificato la cui divulgazione potrebbe arrecare pregiudizio agli interessi fondamentali della sicurezza nazionale. Nel diritto italiano la tutela del segreto non protegge esclusivamente il contenuto dei singoli documenti. Protegge l’intero sistema di difesa dello Stato, nella consapevolezza che anche informazioni apparentemente marginali possano, se aggregate, consentire a un servizio straniero di ricostruire capacità operative estremamente sensibili.
L’intelligence contemporanea raramente ricerca il “grande segreto”. Molto più spesso raccoglie centinaia di informazioni apparentemente scollegate, utilizzando strumenti di analisi avanzata e intelligenza artificiale per trasformarle in conoscenza strategica. Un documento sui rischieramenti militari, un altro sulle capacità cyber, un terzo sulle procedure di comando e controllo possono, una volta correlati, offrire una rappresentazione estremamente accurata della postura difensiva di un Paese.
La Federazione Russa considera l’Italia un obiettivo informativo di interesse strategico
Da questo punto di vista, l’inchiesta della Procura di Roma restituisce un’immagine della competizione internazionale molto diversa da quella percepita dall’opinione pubblica. L’Italia non è un osservatore esterno delle tensioni tra NATO e Federazione Russa. È uno Stato pienamente inserito nell’architettura di sicurezza occidentale, partecipa ai dispositivi di deterrenza sul fianco orientale, contribuisce alle missioni dell’Alleanza e sviluppa capacità cyber considerate sufficientemente rilevanti da attirare l’interesse di uno dei principali apparati di intelligence del mondo.
La conclusione, inevitabilmente, va oltre la singola vicenda giudiziaria. Al di là delle diverse sensibilità politiche rispetto al conflitto in Ucraina e ai rapporti con Mosca, gli atti mostrano un dato difficilmente contestabile: la Federazione Russa considera l’Italia un obiettivo informativo di interesse strategico.
Non soltanto, dunque, per le sue basi militari o per la sua posizione geografica, ma per le sue capacità operative, digitali e tecnologiche. In altre parole, siamo già parte di una competizione che non si combatte esclusivamente sul campo di battaglia, ma anche nei server, negli uffici, nelle reti classificate e nelle relazioni umane che i servizi di intelligence cercano pazientemente di costruire per anni.
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