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Cavi sottomarini, qual è l’impatto ambientale della dismissione?

Cavi sottomarini, qual è l’impatto ambientale della dismissione?

Un nuovo studio mostra come il recupero dei cavi sottomarini sia sicuro per l’ambiente e offra opportunità di riciclo.

L’International Cable Protection Committee (ICPC) ha pubblicato la prima valutazione scientifica sull’impatto ambientale della dismissione dei cavi sottomarini per le telecomunicazioni e l’energia.

Qual è la durata della vita dei cavi sottomarini?

La posa del primo cavo sottomarino per le comunicazioni telegrafiche risale al 1851 lungo lo Stretto di Dover, collegando l’omonima cittadina inglese e Calais, in Francia. Nel 1857, ci fu la realizzazione del primo cavo per la trasmissione telegrafica interoceanica che, con un’estensione di 1200 km, collegava l’Irlanda al Canada.

Da allora, la rete di cavi sottomarini si è evoluta e ampliata in tutto il mondo. Oggi, per rispondere alla crescente domanda di connettività digitale, sono stati installati oltre 3,5 milioni di chilometri di cavi sottomarini. Ma una delle conseguenze è la quantità sempre maggiore di infrastrutture fuori servizio, molte delle quali hanno già superato, o stanno per superare, la loro vita utile prevista.

Come Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per l’Innovazione, aveva spiegato nell’ambito della Conferenza internazionale Space&Underwater, Space Economy, Submarine Cables e Cybersecurity – evento promosso e organizzato dal nostro giornale Cybersecurity Italia, un terzo dei sistemi ha tra i 10 e i 25 anni, mentre il 14% dei cavi è in servizio da 35 anni, nonostante la vita media teorica dei cavi sia di 25 anni (nella realtà, molti di essi smettono di essere utilizzati già dopo 17 anni).

Tra i motivi della loro prematura disconnessione figura l’obsolescenza tecnologica: cavi più recenti riescono a soddisfare meglio le esigenze di connessione.

Cosa emerge dallo studio?

Fino a questo momento, nessuno studio scientifico si era concentrato sull’analisi degli impatti ambientali che possono verificarsi nel momento in cui c’è il recupero dei cavi sottomarini dopo aver raggiunto la fine del loro servizio.

Lo studio, dal titolo “Environmental considerations for the decommissioning of subsea cables”, è stato pubblicato sul Journal of Environmental Management, e ha visto la collaborazione di un team internazionale composto da accademici, oceanografi ed esperti del settore. La ricerca è arrivata tempestivamente per colmare una lacuna empirica, offrendo preziosi indicazioni per l’industria di settore, gli enti regolatori e i planner marittimi.

Quanto emerge dall’analisi è che gli impatti ambientali derivanti dal recupero dei cavi generalmente sono localizzati, di breve durata e in modo significativo inferiori rispetto agli impatti associati all’installazione degli stessi.

Si è notato come gli effetti ambientali non siano uguali in tutto lo spazio marino, ma dipendono anzi dalla profondità delle acque. In acque profonde, l’interazione con l’ambiente è minima e gli impatti sono pressoché nulli, mentre è nelle acque poco profonde che si concentrano i principali effetti studiati.

Il rapporto tra cavi e mare

Inoltre, lo studio ha rilevato come i fenomeni di colonizzazione biologica dei cavi sottomarini da parte della fauna marina è un’eccezione, piuttosto che la regola.

A questo proposito, il Dott. Mike Clare, del National Oceanography Centre, ha commentato: “La colonizzazione biologica da parte di organismi più grandi è molto più rara di quanto comunemente si creda. Su migliaia di chilometri di cavi recuperati nel nostro studio, la colonizzazione si è limitata a un breve tratto. Questo ci dimostra che un recupero dei cavi ben pianificato e ben eseguito può ridurre al minimo l’impatto ambientale, favorendo al contempo una gestione sostenibile delle infrastrutture sottomarine”.

Cosa succede ai cavi dopo il recupero?

In aggiunta, la ricerca si è concentrata anche sui possibili secondi usi dei cavi sottomarini una volta dismessi, mettendo in evidenza il loro potenziale positivo in termini di sostenibilità. È stato infatti scoperto che i cavi in fibra ottica rimangono strutturalmente intatti anche dopo decenni trascorsi sui fondali marini, consentendo il recupero dei materiali di cui sono composti (rame, acciaio e plastica). La riciclabilità di questi materiali supera il 95%, con un elevato potenziale di recupero e di economia circolare.

Clare ha aggiunto: “Il nostro obiettivo era fornire la prima valutazione basata su prove concrete delle implicazioni ambientali della dismissione dei cavi sottomarini. Abbiamo scoperto che le operazioni di recupero in genere creano solo un disturbo molto localizzato e di breve durata, offrendo al contempo notevoli vantaggi per il riciclo e l’economia circolare. Nella maggior parte dei casi, i cavi sottomarini rimangono in condizioni quasi perfette, anche dopo decenni nelle profondità oceaniche, il che significa che possono essere recuperati e riutilizzati o riciclati in modo sicuro ed efficiente”.

Tra le conclusioni, però, lo studio ha richiesto un monitoraggio ambientale più regolare, organizzato e sistematico durante le future operazioni di recupero dei cavi, con procedure standard di rendicontazione.

L’obiettivo sarà generare un set di dati affidabili da utilizzare non solo per migliorare la comprensione scientifica degli ecosistemi marini, ma anche per informare il processo decisionale dell’industria dei cavi e dei responsabili politici. L’auspicio degli autori è che questo sia il primo di una lunga serie di studi sul tema.

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