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Data intelligence, l’UE negozia con gli Usa per concedere i dati biometrici dei cittadini europei

Data intelligence, l’UE negozia con gli Usa per concedere i dati biometrici dei cittadini europei

Secondo documenti ufficiali “la Commissione Europea sta lavorando a un accordo che prevede lo scambio di informazioni sui viaggiatori“. Tra queste anche “i dati biometrici come le impronte digitali e precedenti delle forze dell’ordine“.

Continuano i negoziati tra UE e Usa per concedere alle autorità di frontiera americane un accesso senza precedenti ai dati dei cittadini europei, nonostante i timori e le preoccupazioni”. All’orizzonte, dunque, uno scenario che potrebbe portare alla moltiplicazione delle proteste da parte dei cittadini e delle organizzazioni per la tutela dei diritti civili.

Dai documenti ufficiali, è emerso che “la Commissione Europea sta lavorando a un accordo che prevede lo scambio di informazioni sui viaggiatori“. Tra queste anche “i dati biometrici come le impronte digitali e precedenti delle forze dell’ordine“. L’obiettivo dichiarato è “consentire alle autorità statunitensi di valutare se una persona possa rappresentare un rischio per la sicurezza pubblica o per l’ordine pubblico”.

La Commissione svolgerebbe “un ruolo di mediazione” nell’intesa. In questo senso, funzionari europei si sono recati a Washington la scorsa settimana per il primo round di negoziati ufficiali con le controparti statunitensi.

Le origini del negoziato

Questa “stretta” nella cooperazione informativa tra Washington e Bruxelles, scrive POLITICO, ha origini nel febbraio 2022. Allora, infatti, gli Usa hanno annunciato un nuovo requisito per tutti i Paesi partecipanti o aspiranti tali ad aderire al Programma di esenzione dal visto (VWP).

Tale requisito consisteva nella conclusione di un accordo bilaterale denominato “Enhanced Border Security Partnership” (EBSP) con il Dipartimento della Sicurezza Interna Usa (DHS). L’EBSP consentirebbe al DHS di accedere ai registri biometrici nazionali ai fini delle attività di controllo e verifica dell’immigrazione.

Il Consiglio dell’Unione Europea ha ripreso questa “richiesta” – come si legge nella nota 16362/25 del 5 dicembre 2025 – sempre declinandola in termini di “reciprocità nello scambio delle informazioni“. Formalmente e ufficialmente, l’impiego di questi dati serviva “per affrontare le migrazioni irregolari e prevenire, individuare e combattere i reati gravi e gli atti terroristici“.

Del resto, soltanto pochi giorni fa Juhan Lepassaar, direttore esecutivo di ENISA, l’Agenzia dell’UE per la cybersicurezza aveva rilasciato sempre a POLITICO una lunga intervista sulla cyber europea. Aveva così evidenziato la necessità di compiere ulteriori scelte che rinforzassero questo comparto.

“Senza un cambio di passo deciso, strategico e finanziario“, aveva affermato Lepassaar, “l’UE rischia di restare indietro in uno dei domini più critici per la propria sicurezza, economia e sovranità digitale”

Il Garante europeo per la protezione dei dati: “Trasparenza e una motivazione valida per ogni richiesta di dati

Al cospetto dell’importanza e della portata della misura, il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS) ha mantenuto un atteggiamento equilibrando, fornendo tutta una serie di rassicurazioni. Già in un suo precedente parere, aveva inquadrato l’iniziativa come “la prima forma di scambio su larga scala di informazioni personali con un Paese extra-UE per finalità di sicurezza e controllo migratorio“.

Gli Usa, da parte loro, hanno accelerato il processo, facendo leva su una forte pressione politica. Washington ha fissato la fine del 2026 come termine ultimo per la conclusione degli accordi bilaterali. In caso di mancata intesa, i Paesi interessati rischiano l’esclusione dal visa waiver program. Vale a dire dal quel quadro normativo che consente ai cittadini di viaggiare negli Usa senza visto per brevi soggiorni.

L’EDPS ha perciò rinnovato le proprie raccomandazioni. In particolare: “Che la portata della condivisione dei dati sia il più limitata possibile, con giustificazioni chiare per ogni richiesta. Serve trasparenza su come vengono utilizzati i dati e via sia il ricorso giudiziario disponibile negli Usa per qualsiasi persona“.

Perché la privacy è sotto pressione anche negli Usa

Il tema della privacy è di nuovo al centro del dibattito pubblico ma non è un problema esclusivamente europeo. Anzi, anche negli Usa si moltiplicano i timori e gli appelli a fronte dei rischi crescenti per le libertà individuali. Il Dipartimento della Sicurezza Nazionale starebbe infatti facendo pressione per ottenere dati e informazioni sugli utenti critici nei confronti dell’Amministrazione Trump.

In quest’ottica, negli ultimi mesi, il Dipartimento ha impiegato mandati di comparizione amministrativi (administrative subpoena) per ottenere informazioni identificative sui gestori di profili Instagram anonimi. Tutti profili, però, che avevano un elemento in comune, ossia “la condivisione di contenuti relativi alle operazioni dell’ICE“.

L’impiego di tali mandati da parte delle agenzie federali – senza previa supervisione giudiziaria – per richiedere informazioni di una tale sensibilità politica, ha creato non poche polemiche.

Formalmente, gli administrative subpoena non permettono di accedere alle comunicazioni private. Tuttavia, consentono di raccogliere una vasta gamma di informazioni sugli utenti. Tra questi, si trovano orari e luoghi di accesso ai profili , dispositivi utilizzati e dati identificativi come indirizzi e-mail.

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