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ICE, Palantir trasforma gli iPhone degli agenti in strumenti di sorveglianza su 20 milioni di persone

ICE, Palantir trasforma gli iPhone degli agenti in strumenti di sorveglianza su 20 milioni di persone

Gli strumenti sviluppati da Palantir consentirebbero agli agenti dell’agenzia statunitense per l’immigrazione di accedere da smartphone a un enorme archivio di persone individuabili e tracciabili, sollevando nuovi interrogativi su privacy, controllo dei dati e sorveglianza di massa.

Negli Stati Uniti l’Immigration and Customs Enforcement, l’ICE, la potente agenzia federale incaricata del controllo dell’immigrazione e delle espulsioni, sta ampliando la propria capacità operativa grazie ai sistemi sviluppati da Palantir. La società americana, specializzata nell’analisi massiva dei dati e fondata da Peter Thiel, è da anni al centro di un dibattito acceso sul rapporto tra tecnologia, sicurezza e sorveglianza.

Secondo quanto riportato dalla piattaforma media indipendente 404, grazie agli strumenti di Palantir gli agenti dell’ICE avrebbero oggi accesso, direttamente dai loro iPhone, a un archivio di circa 20 milioni di persone potenzialmente individuabili, localizzabili e tracciabili.

Come Palantir costruisce profili operativi

Palantir non produce direttamente banche dati. La sua forza consiste nel mettere in relazione archivi pubblici e privati che normalmente rimarrebbero separati: dati amministrativi, registri telefonici, informazioni sanitarie, indirizzi, precedenti giudiziari, movimenti finanziari, profili sociali, documenti governativi e database commerciali.

Attraverso algoritmi di correlazione e sistemi di visualizzazione avanzata, queste informazioni vengono fuse in un’unica interfaccia interrogabile dagli operatori. In pratica, la piattaforma costruisce profili dettagliati delle persone, individua connessioni, suggerisce indirizzi probabili e attribuisce livelli di affidabilità o di rischio alle informazioni raccolte.

Secondo quanto emerso durante il Border Security Expo, tenutosi nei giorni scorsi a Phoenix, un alto funzionario dell’ICE ha dichiarato che, grazie a Palantir, il tasso di successo nell’individuazione delle persone da arrestare sarebbe passato da circa il 27% a quasi l’80%. Un’indagine che prima richiedeva ore, secondo i funzionari, oggi può essere completata in pochi minuti.

Questo salto di efficienza è reso possibile dall’accesso simultaneo a decine di database differenti e dalla capacità della piattaforma di trasformare dati dispersi in mappe operative immediatamente utilizzabili sul campo.

Il sistema ELITE e la mappa delle persone da colpire

Tra gli strumenti sviluppati per l’ICE c’è anche ELITE, acronimo di Enhanced Leads Identification & Targeting for Enforcement, già rivelato nei mesi scorsi da alcune inchieste giornalistiche americane.

Il sistema consente agli agenti di visualizzare su una mappa le persone considerate potenziali target di deportazione, accedere a dossier individuali e ottenere un confidence score, cioè una valutazione automatica sulla probabilità che una persona si trovi realmente a un determinato indirizzo.

È qui che il problema smette di essere soltanto tecnologico e diventa profondamente politico e democratico. L’uso di Palantir da parte dell’ICE non rappresenta semplicemente un aumento dell’efficienza amministrativa. Segna un salto di qualità nella capacità dello Stato di vedere, correlare e colpire.

Il data repurposing e la privacy svuotata

Il primo rischio riguarda la privacy. In un ecosistema di questo tipo, informazioni raccolte originariamente per finalità completamente diverse possono essere riutilizzate per operazioni di enforcement. Dati sanitari, amministrativi o commerciali finiscono dentro un’infrastruttura di controllo senza che le persone coinvolte abbiano reale consapevolezza del processo.

La logica è quella del data repurposing: ciò che era stato fornito per ottenere assistenza medica, registrarsi a un servizio o completare una pratica burocratica viene trasformato in uno strumento di identificazione e localizzazione.

Secondo quanto ricostruito nel testo, grazie a un accordo di condivisione dei dati tra il Dipartimento della Sicurezza Interna e i Centri per i Servizi Medicare e Medicaid, l’ICE avrebbe passato al setaccio i dati personali di quasi 80 milioni di cittadini americani.

Il nodo del due process

Il secondo nodo riguarda il due process e le garanzie democratiche. Sistemi di questo tipo funzionano attraverso correlazioni probabilistiche e inferenze algoritmiche, non attraverso certezze assolute.

Anche quando vengono presentati come strumenti oggettivi, possono produrre errori, falsi positivi e decisioni opache difficili da contestare. Una persona può essere identificata erroneamente come target sulla base di dati incompleti, obsoleti o associati in modo scorretto.

Eppure, nel momento in cui l’algoritmo accelera le operazioni sul campo, il tempo per verificare e correggere gli errori si riduce drasticamente.

Questo problema è aggravato dalla scarsissima trasparenza che circonda tali sistemi. Le agenzie federali raramente spiegano nel dettaglio quali dataset vengano utilizzati, come funzionino i modelli di correlazione o quali meccanismi di supervisione indipendente esistano realmente.

Il risultato è uno spostamento del potere decisionale verso infrastrutture tecnologiche difficili da scrutinare da parte dei giudici, dei parlamenti e dell’opinione pubblica. La promessa dell’efficienza investigativa rischia così di prevalere sul principio fondamentale della contestabilità delle decisioni pubbliche.

Il chilling effect: quando la sorveglianza cambia i comportamenti

Esiste poi un ulteriore effetto, meno visibile ma forse ancora più profondo: il chilling effect. Quando comunità migranti, attivisti o semplici cittadini percepiscono di vivere dentro un ambiente di monitoraggio permanente, cambiano i comportamenti sociali e politici.

Le persone evitano proteste, riducono la partecipazione pubblica, limitano gli spostamenti o interrompono relazioni considerate rischiose. La sorveglianza non agisce soltanto attraverso l’arresto o la deportazione. Produce conformismo, paura e autocensura.

Il caso dell’ICE mostra con chiarezza una tendenza ormai globale. Le tecnologie di analisi predittiva e di integrazione massiva dei dati stanno ridefinendo il rapporto tra cittadini e istituzioni. Sistemi nati per migliorare l’efficienza amministrativa vengono progressivamente trasformati in infrastrutture permanenti di controllo.

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