Teheran continua a sfruttare il controllo delle Stretto di Hormuz come vettore geopolitico e geo-economico.
L’Iran è pronto ad “imporre tasse” sul traffico dei cavi sottomarini nello Stretto di Hormuz, dando seguito ad una “minaccia” di cui si era parlato sin dall’inizio del conflitto con gli Usa. Secondo il sito specializzato TeleGeography sono almeno sette le arterie in fibra ottica che passano nelle acque dello Stretto. E sono tutte necessarie per connettere i Paesi che si affacciano sul Golfo Persico.
Su Telegram, l’Esercito iraniano ha giustificato la misura invocando, in nome della “sovranità assoluta” sulle acque territoriali, la creazione di un nuovo sistema di controllo dei cavi sottomarini. Un sistema fatto di “permessi, sorveglianza e pedaggi”.
Restringere gli accessi all’infrastruttura significherebbe colpire sia le Big Tech che gli operatori di telecomunicazioni, proprietari e utilizzatori di queste reti.
Big Tech sotto attacco?
L’agenzia iraniana Tasnim ha aggiunto: “Google, Amazon, Meta e Microsoft potrebbero essere costrette a pagare nonostante. Il tutto, sebbene Washington vieti severamente alle aziende americane di effettuare qualsiasi pagamento al Governo iraniano“. In termini di vantaggi economici, si potrebbero così “generare centinaia di milioni di dollari di entrate annuali”.
Oltre alla dimensione cinetica, dunque – quella dei sabotaggi e degli attacchi contro le infrastrutture – i cavi sono sempre più nevralgici per i “conflitti commerciali“. Le barriere economiche sono per i Governi uno strumento molto importante. Possono infatti sfruttarle per ottenere risorse e vantaggi relativi, massimizzando una variabile geografica.
Nel caso di Paesi sotto sanzioni internazionali (proprio come l’Iran o la Corea del Nord) politiche simili, con “l’attacco” alle grandi organizzazioni occidentali sono nevralgiche per far crescere il reddito nazionale.
A rendere la minaccia più concreta, hanno sottolineato alcuni esperti, “c’è il fatto che questi cavi sottomarini si trovano in acque poco profonde, intorno a 50 metri“. Conseguentemente, “sono accessibili a dei veicoli sottomarini autonomi o a dei sommozzatori professionisti“.
Secondo alcuni analisti, per l’Iran è più vantaggioso portare avanti la minaccia di tassare i cavi sottomarini anziché tagliarli una volta per tutte. “Impiegando così i cavi come strumento di rappresaglia strategica a livello geopolitico, il conflitto può avere una ulteriore dimensione anche sui Paesi arabi“.
Conseguenze regionali
Nell’ottica di una dimensione regionale del conflitto, tra i Paesi del Golfo, i primi a essere penalizzati sarebbero tutti quelli che non hanno confini marittimi diversi dal Golfo Persico. Vale a dire Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrein.
L’Arabia Saudita e l’Oman sembrano essere in una situazione leggermente migliore. Questi ultimi non hanno infatti accesso rispettivamente tramite il Mar Rosso e il Mar Arabico.
In ogni caso, le problematiche dovrebbero rimanere abbastanza limitate e Internet, a livello globale, non dovrebbe risentirne gravemente.
Il sabotaggio potrebbe tuttavia avere ripercussioni su diversi settori essenziali dell’economia regionale. Secondo gli esperti, nel settore energetico e logistico, potrebbe portare all’arresto della produzione presso le piattaforme di perforazione offshore e gli snodi dei gasdotti. Gli impianti petroliferi e di gas naturale liquefatto dipendono infatti interamente da sistemi digitali di comando e controllo.
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