Report del Department Homeland Security e dell’FBI mostrano una nuova attenzione delle autorità americane verso proteste contro data center, AI, Big Tech e timori per la sostituzione del lavoro. Il rischio? L’eccessiva sorveglianza.
Negli Stati Uniti la protesta contro l’intelligenza artificiale, i data center e il potere delle Big Tech rischia di diventare un nuovo bersaglio dell’intelligence interna. Secondo quanto riportato da Wired, oltre mille pagine di rapporti non pubblicati del Department of Homeland Security, dell’FBI e dei cosiddetti fusion center, centri di coordinamento dell’intelligence interna negli Stati Uniti, nate dopo l’11 settembre, che raccolgono, analizzano e condividono informazioni su possibili minacce tra diversi soggetti, mostrano una nuova attenzione delle autorità americane verso una categoria emergente: gli “estremisti anti-tecnologia”.
Da una parte ci sono le proteste contro la proliferazione dei data center, le preoccupazioni per il consumo energetico, l’impatto ambientale e la sostituzione del lavoro umano da parte dell’AI. Dall’altra, ci sono timori crescenti per possibili attacchi a dirigenti aziendali, infrastrutture critiche e centri dati. In mezzo, però, si apre una zona grigia: fino a che punto il dissenso contro l’industria tecnologica può essere trattato come una minaccia?
La nuova categoria dell’estremismo anti-tech
Tra i documenti ottenuti da Wired c’è un rapporto del New York Intelligence and Counterterrorism Bureau che parla di possibile instabilità sociale legata alla diffusione dell’intelligenza artificiale. Secondo il documento, il clima prodotto dall’adozione dell’AI nei prossimi cinque anni potrebbe alimentare proteste su larga scala, disordini civili e attività di “anti-tech violent extremism”, soprattutto nelle grandi aree urbane come New York.
Il rischio è che una categoria nata per prevenire violenze reali finisca per allargarsi fino a includere forme legittime di dissenso.
Il contesto politico dell’amministrazione Trump
Secondo Wired, questa nuova attenzione si inserisce dentro la strategia dell’amministrazione Trump sulla sicurezza interna. Il riferimento è al National Security Presidential Memo 7, che chiede al Dipartimento di Giustizia di prendere di mira soggetti associati a idee considerate “anti-americane”, “anti-cristiane” e “anti-capitaliste”.
A questo si aggiunge la strategia pubblica antiterrorismo diffusa dal responsabile per il controterrorismo Sebastian Gorka, che indica gli estremisti di sinistra tra le principali priorità antiterrorismo degli Stati Uniti.
In questo quadro, l’etichetta di “estremismo anti-tech” rischia di aggiungere un nuovo livello alla sorveglianza del dissenso. Non si parla più solo di prevenzione contro atti violenti, ma di monitoraggio di movimenti, gruppi e comunità critiche verso il modello tecnologico sostenuto dalla Casa Bianca, in particolare AI, data center e infrastrutture digitali.
Data center nel mirino dell’intelligence
Una parte rilevante dei rapporti riguarda i data center. Secondo Wired, alcuni fusion center stanno raccogliendo e facendo circolare informazioni su presunte minacce ai centri dati. Un centro della Pennsylvania occidentale ha scritto che attori ostili, inclusi soggetti sponsorizzati da Stati, gruppi criminali ed estremisti domestici o ambientalisti, potrebbero prendere di mira i data center americani.
Un rapporto del Northern Virginia Regional Intelligence Center avverte invece che estremisti anti-governativi e anti-autorità avrebbero svolto attività preliminari contro data center e altre infrastrutture critiche.
Il problema è che gli indicatori di attività sospetta elencati in questi documenti sono molto ampi: osservazione, fotografia, minacce espresse o implicite, test dei sistemi di sicurezza, tentativi di intrusione. Alcune di queste attività possono indicare una minaccia reale. Ma altre potrebbero essere compatibili anche con proteste pacifiche, attività giornalistica, monitoraggio civico o iniziative legali di opposizione.
Il rischio di confondere protesta e minaccia
Spencer Reynolds, senior counsel del NAACP Legal Defense Fund, ha detto a Wired che questi rapporti si inseriscono in una lunga tradizione in cui le agenzie identificano la protesta, o perfino opinioni forti, come possibili precursori della violenza.
Secondo Reynolds, i Suspicious Activity Reports sono spesso basati su comportamenti vaghi o innocenti e possono lasciare spazio ai pregiudizi degli operatori. In altre parole, il rischio è che un agente legga come sospetto ciò che in realtà è semplice partecipazione politica o critica pubblica.
Proteggere infrastrutture critiche e prevenire atti violenti è compito delle autorità. Ma se la definizione di minaccia diventa troppo ampia, il perimetro della sorveglianza può estendersi a chi esercita diritti costituzionalmente protetti: manifestare, fotografare, criticare, organizzare campagne pubbliche.
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