Qualsiasi aumento del rischio politico intorno allo Stretto di Hormuz o a qualsiasi altro choke point marittimo mondiale rischia di far lievitare di per sé i costi di connettività, di ritardare i progetti infrastrutturali e rendere, in generale, più vulnerabile l’economia digitale mondiale.
Articolo a firma del Contrammiraglio (CP) Edoardo Balestra, Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera
Che i cavi sottomarini fossero diventati un possibile target di attività ostili non era una novità, se si guarda alla copiosa mole di provvedimenti regolatori e di iniziative che a tutti i livelli (nazionale, europeo ed internazionale) hanno affrontato la delicata questione della vulnerabilità, resilienza e protezione di queste particolari e strategiche infrastrutture.
I più recenti sviluppi della crisi dello Stretto di Hormuz, culminati nell’ipotesi di imporre oneri finanziari non solo al passaggio delle navi ma anche all’utilizzo delle infrastrutture sottomarine dell’area dello stretto, sembrano aver, tuttavia, introdotto ulteriori elementi di novità nella fenomenologia e comprensione dei fenomeni marittimi legati alla sicurezza di tali asset che si stanno trasformando, da semplice obbiettivo di possibili attività malevole, in vera e propria leva politica e finanziaria nei rapporti tra Stati, soprattutto in presenza di situazioni di crisi internazionale.
Cavi e sovranità
L’attenzione che, nel quadro dell’evoluzione del conflitto USA IRAN, viene dedicata al più famoso choke point marittimo dell’economia globale sta, infatti, virando rapidamente dal focus sulle merci trasportate dalle navi ai dati trasportati dai cavi subacquei, con l’effetto di amplificarne ulteriormente la relativa rilevanza geopolitica e strategica.

E in un mercato volatile, instabile e price sensitive, qualsiasi aumento del rischio politico intorno allo Stretto di Hormuz o a qualsiasi altro choke point marittimo mondiale rischia di far lievitare di per sé i costi di connettività, di ritardare i progetti infrastrutturali e rendere, in generale, più vulnerabile l’economia digitale mondiale, compromettendo gli sforzi verso il rafforzamento della resilienza tecnologica e autonomia strategica delle infrastrutture subacquee.
Se le merci, faticosamente e a costi maggiori, riescono oggi ad individuare percorsi marittimi o terrestri alternativi a quelli interessati dal conflitto/i in atto ridefinendo fornitori, interporti e catene logistiche per mitigare parzialmente i pur gravissimi impatti sull’economia globale, altrettanto non avviene né può avvenire quando l’oggetto di limitazioni o pretese diventano i cavi sottomarini, indispensabile e ancora insostituibile strumento di “trasporto” dei dati e delle relative informazioni.
Comprensibilmente l’’International Cable Protection Committee (IPCC), autorità di riferimento in materia di cavi, recentemente ha gettato acqua sul fuoco, ridimensionando l’effettivo impatto di eventuali restrizioni in quell’area grazie alla presenza di adeguati sistemi di backup, chiarendo che “molti sistemi di cavi che servono la regione del Golfo utilizzano architetture ramificate collegate a sistemi di dorsale internazionali più ampi” precisando che “…questa configurazione di rete offre maggiore flessibilità operativa e resilienza, contribuendo a minimizzare l’impatto dei guasti ai singoli cavi”.

Ma, al di là delle dichiarazioni formali, il problema è reale e richiede di essere concretamente affrontato con strumenti certi, possibilmente law compliance e condivisi, tenuto conto che i cavi sottomarini, a differenza dei dati immateriali che trasportano, continuano ad essere un’infrastruttura assolutamente fisica, stabile e dotata, per natura e ambiente operativo di riferimento, di scarsa modificabilità e flessibilità nel breve periodo.
Il loro percorso marittimo configura, peraltro, un vero e proprio imbuto digitale che ne amplifica le vulnerabilità ed è pienamente in grado di condizionare ogni attività, sociale, politica e economica della nostra vita quotidiana.
Libertà e protezionismo
I recenti eventi che hanno messo in discussione l’ordine internazionale marittimo, per sua natura condiviso e universale, stanno producendo sul piano politico ed economico effetti non originariamente prevedibili, spesso preordinati alla affannosa ricerca di nuovi equilibri.
Nel caso in esame, emerge anzitutto l’evidente parallelismo tra l’iniziativa iraniana di imporre un pedaggio sull’utilizzo dei cavi sottomarini e le recenti fiammate protezionistiche di molti paesi, non solo gli USA, in cui i dazi commerciali diventano in modo consapevole un’arma di persuasione economica e indirettamente politica.
Secondo quanto si legge nelle dichiarazioni rilasciate ad organi di stampa, la natura stessa del tributo sarebbe assimilabile più ad un costo (fee) per servizi amministrativi resi dall’istituenda Autorità marittima che dovrà regolare la gestione del traffico navale dello Stretto piuttosto che ad una vera e propria tariffa o dazio legato a profili doganali (duty o tariff).
Se Immediata appare l’analogia con il modello di Suez in cui opera un Authority del Canale, è altrettanto evidente come stretti internazionali e canali artificiali non siano perfettamente sovrapponibili sul piano del diritto marittimo.

In ogni caso, il pedaggio sarebbe, comunque, direttamente collegato all’uso effettivo di un’infrastruttura fisica posata sul fondale marino su cui lo Stato costiero imporrebbe diritti di sfruttamento economico e di passaggio a carico dei proprietari o gestori generalmente privati.
Ad opponendum si tende ad invocare un generico principio di “libertà dei mari”, meglio noto come libertà di navigazione delle navi (anche negli stretti), principio angolare universalmente riconosciuto e applicato, in base al quale le navi di qualsiasi bandiera debbono poter navigare in alto mare e negli stretti internazionali liberamente a condizione che abbiano una bandiera e possibilmente un genuine link con lo Stato di cui battono le insegne.
Tuttavia, nel caso dei cavi sottomarini il ragionamento si fa più complesso e può apparire di non così immediata e univoca applicazione.
A ben vedere i cavi configurano, infatti, un’infrastruttura marittima che si pone come tertium genus tra porti e navi, come i porti sono infrastrutture fisse, occupano permanentemente e in modo esclusivo una porzione di suolo costiero o del fondale marino, sono desinati a svolgere, seppur parzialmente, funzioni marittime e alle relative norme sono generalmente ricondotti nella loro prevalente disciplina; come le navi definiscono percorsi marittimi, travalicano confini statuali, attraversano zone di mare diverse e popolano l’alto mare.
A ciò si aggiunga che la Convenzione sul diritto del mare di Montego Bay ha disciplinato in modo molto generico i cavi, assumendone, comunque, i principi di libertà di installazione nell’alto mare (oggi parzialmente mitigato dalla recente convenzione BBJN) ma ammettendo negli spazi marittimi soggetti all’influenza degli Stati costieri la possibilità di imporre prerogative e condizioni più o meno stringenti per la tutela dei propri interessi, seppur dovendo garantire una generale possibilità di installazione.
Se per le navi è, dunque, possibile invocare a certe condizioni un diritto generalizzato al libero transito inoffensivo e porre in atto iniziative volte a ripristinare le condizioni di questo diritto fondamentale, per i cavi sottomarini la soluzione potrebbe non essere di così immediata ed automatica applicazione, rendendo, quindi, più difficile contrastare eventuali pretese e comportamenti protezionistici degli Stati costieri.
Cavi e democrazia digitale
Ma in un contesto di progressiva transizione digitale globale, da ritenere ormai del tutto irreversibile, la vicenda dello Stretto di Hormuz segna un cambio di paradigma rispetto alla narrativa ricorrente che nel tempo ne ha descritto con precisione minacce, vulnerabilità e dipendenze esterne, condizionando la postura degli Stati in materia disecurity.
I cavi passano dall’essere un’infrastruttura da minacciare, danneggiare o distruggere nella sua integrità fisica a strumento da sfruttare e valorizzare economicamente per la sua funzione di autostrada digitale obbligata che transita in determinate aree marittime.
Si riconsidera, dunque, in un’ottica più pragmatica e utilitaristica l’effettiva portata delle conseguenze dannose di un danneggiamento i cui effetti negativi sarebbero generalizzati e difficilmente orientabili in una logica di contrapposizione tra paesi amici e nemici, tra aggrediti e presunti aggressori.
Un mutato approccio frutto di una considerazione tutto sommato semplice, quasi banale, ovvero che i dati immateriali trasportati dai cavi sono diventati beni necessari per ogni organizzazione statuale, a prescindere dalla sua forma di governo, dall’appartenenza ad alleanze o dal diverso grado di democrazia.
Ai cavi sottomarini può essere associato indissolubilmente quel concetto di “democrazia diffusa digitale” (e-democracy) che in queste infrastrutture trova un ideale strumento per dare corpo e sostanza ad una sovranità (digitale ed energetica) su cui i moderni Stati fondano integralmente la loro governance e i loro sistemi economici, politici e sociali.
Il cavo diventa elemento essenziale per le comunità, quasi fosse un corso d’acqua che disseta tutti i paesi che ne sono attraversati, da preservare anzitutto sotto il profilo della sua sicurezza fisica e, se del caso, da poter sfruttare anche a fini economici.

Un’importanza, peraltro, destinata a crescere in misura ancora maggiore se si considera la loro attuale scarsa ridondanza a livello mondiale, la lentezza del processo di adeguamento ai nuovi standard abilitanti le moderne tecnologie (I.A.), la non equivalenza degli strumenti alternativi (satelliti) disponibili, di cui, peraltro, dispongono solo pochi paesi in possesso delle relative costose tecnologie.
Le Infrastrutture subacquee stanno diventando un efficace strumento di pressione economica
La recente dichiarazione di intenti dei Pasdaran Iraniani ci dice che le Infrastrutture subacquee stanno diventando un efficace strumento di pressione economica e politica asimmetrico, secondo una logica non più solo di minaccia alla loro integrità fisica, bensì di consapevolezza della loro vitale importanza e della possibilità di un loro sfruttamento economico, non disgiunto, almeno nelle intenzioni, ad una sommaria law compliance marittima.
Lo stretto corridoio di mare che unisce geograficamente e politicamente occidente e oriente, massivamente utilizzato quale punto di transito e di approdo privilegiato di infrastrutture digitali ed energetiche underwater, diviene oggi protagonista di una vulnerabilità che è frutto di una mancanza di visione strategica che, di fatto, ha finito per ampliare a dismisura e in modo generalizzato il peso politico e contrattuale dei Paesi costieri di transito.
Occorrerà, dunque, per il futuro pensare a criteri realizzativi orientati non solo al contenimento dei costi (percorsi più brevi) quanto anche a valutazioni geopolitiche di stabilità, condivisione di valori e interessi comuni, in un’ottica friendshoring che garantisca nel tempo resilienza e sviluppo.
La buona notizia è che i cavi dovrebbero essere sempre meno aggredibili in modo volontario nella consapevolezza che distruggere la loro dimensione fisica significa pregiudicare la vita di milioni di individui, con conseguenze universali mai pienamente prevedibili.
Una consapevolezza che potrebbe avere l’effetto ulteriore di spostare i termini di valutazione della loro vulnerabilità fisica dalla tematica del sabotaggio a quello dell’incidente involontario o dell’interferenza tra attività marittime, già oggi causa primaria di danno nel 95% dei casi.
Il processo per individuare percorsi alternativi richiederà tempo e enormi investimenti né può essere risolutivo creare sistemi digitali chiusi o stand alone tenuto conto che l’architettura digitale mondiale si sta progressivamente polarizzando verso sistemi cloud e data center, che richiedono per il loro utilizzo a loro volta connessioni stabili e accesso ai relativi contenuti.
Il futuro delle infrastrutture subacque
Il caso dello Stretto di Hormuz fornisce, quindi, numerosi elementi di riflessione sul futuro delle infrastrutture subacquee, principalmente in ordine alla necessità di definire risposte regolatorie corali a livello internazionale, di condivisione piena dei dati di monitoraggio tra gli attori dei vari bacini marittimi interessati (data gathering&analysis), di coordinamenti operativi che risultino efficaci ed adattabili ai nuovi contesti in un framework giuridico internazionale che si evolva in modo coerente con le nuove sfide.
Tutto ciò mentre sullo sfondo rimane aperta la questione del contrasto alla ben più insidiosa minaccia cibernetica legata all’esfiltrazione e acquisizione fraudolenta di informazioni dai cavi, tematica in cui profili di security e di law enforcement appaiono ancora tutti da analizzare e costruire e rappresentano la vera frontiera su cui misurare in futuro la resilienza delle infrastrutture del dominio subacqueo.
Articolo a firma del Contrammiraglio (CP) Edoardo Balestra, Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera
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