Le vulnerabilità delle infrastrutture critiche non sono uniformi, ma presentano modelli eterogenei specifici.
Una nuova ricerca, condotta da un gruppo di studiosi degli Emirati Arabi Uniti, del Canada, del Giappone e di Taiwan, si è proposta di raccogliere dati statistici e pareri di esperti per rispondere a interrogativi quanto mai urgenti e contemporanei: dove e in quali condizioni gli Stati scelgono di dare priorità alla sicurezza dei cavi sottomarini? Quali cavi hanno maggiore probabilità di essere sabotati, e da chi? E in che modo questi schemi cambiano durante i periodi di tensione geopolitica?
Lo studio ha preso in esame e confrontato tre sistemi di cavi sottomarini: lo Unity/EAC Pacific, che collega il Giappone agli Stati Uniti, l’Asia-America Gateway, tra le Hawaii e l’isola di Guam, e il Tata TGN-Tata Indicom, che unisce l’India e Singapore. Sono stati selezionati questi tre casi, così diversi tra loro, perché consentono di effettuare un confronto strutturato della vulnerabilità in contesti geostrategici eterogenei, aumentando perciò la generalizzabilità e la rilevanza politica della ricerca.
Perché la ricerca?
Nonostante i cavi sottomarini per le comunicazioni trasportino il 99% del traffico dati mondiali e siano fondamentali non solo per la connettività ma anche per la prontezza della difesa e la stabilità economica degli Stati, la loro sicurezza rimane ancora poco compresa.
Fitto e diffuso a livello globale, il sistema di cavi somiglia a un groviglio di spaghetti che nessun singolo soggetto è capace di monitorare, regolamentare o proteggere nella sua interezza. Lo studio si concentra proprio sull’analisi di come queste infrastrutture critiche, in larga parte invisibili, vengano messe in sicurezza.
L’enfasi è posta non solo sull’importanza che queste infrastrutture critiche subacquee rivestono a livello nazionale, ma anche sul concetto di “interdipendenza militarizzata”, cioè sull’eventualità che le reti, globalmente interconnesse, possano essere trasformate in strumenti di coercizione.
Sebbene il numero dei sabotaggi effettivamente confermati rimane esiguo, negli ultimi anni si è assistito a un cambiamento nel modo in cui accademici e policymaker concettualizzano i rischi e le minacce ai cavi sottomarini: non più soltanto come questioni di natura tecnica o commerciale, ma espressioni del crescente antagonismo geopolitico.
Alle fondamenta di questo dibattito vi è infatti la percezione della minaccia. La discrepanza tra percezione e azioni realmente confermate rende ancora più complesso formulare una valutazione volta alla protezione delle infrastrutture.
Nel complesso, emergono tre temi ricorrenti quando si parla di cavi sottomarini: la complessità dell’ecosistema dei cavi (caratterizzato da proprietà private, interdipendenze globali e confini territoriali poco chiari), il crescente processo di securitizzazione dei cavi e la possibilità di progressiva frammentazione dell’intera rete.
L’auspicio degli autori, con questo paper, è di offrire ai decisori politici uno strumento di riferimento nella definizione delle strategie di governance sempre più resilienti, e nell’individuazione delle priorità più urgenti nella protezione di queste infrastrutture.
Quali sono i risultati?
Il rischio associato ai cavi tende a variare in modo prevedibile con l’aumentare delle tensioni geopolitiche, raggiungendo l’acme non durante i periodi di scontro, ma nelle fasi di ambiguità tra la pace e il conflitto aperto. Gli avversari, infatti, sfruttano l’incertezza tipica di quei momenti, quando attribuire responsabilità e rispondere in modo adeguato è più complesso, consapevoli in tal modo di poter agire in “zone grigie” che consentono loro di arrecare danni senza però innescare una ritorsione diretta.
Secondo lo studio, poi, le cable landing station (CLS) rappresentano obiettivi privilegiati per eventuali atti di sabotaggio. La loro accessibilità sulla terraferma, combinata con il ruolo cruciale ricoperto nello scambio di dati a livello globale, le rendono particolarmente vulnerabili. Tuttavia, non tutti i siti presentano lo stesso livello di rischio: la sicurezza locale, la vicinanza ad attori nemici e la ridondanza dei cavi sono fattori che determinano quanto siano effettivamente esposti a possibili attacchi. I risultati mostrano un ampio consenso su cosa sia a rischio, ovvero le CLS, ma divergenze su quando il rischio raggiunga il massimo.
Alcuni degli esperti intervistati ritengono che diventino realmente più vulnerabile solamente in tempo di guerra, quando gli Stati non hanno più bisogno di nascondere le loro azioni negando il coinvolgimento.
Quali sono le aree più a rischio sabotaggio?
La ricerca evidenzia anche come a essere più esposte al rischio di sabotaggio sono le infrastrutture situate nelle acque territoriali e nelle zone economiche esclusive (ZEE), anziché in mare aperto. Questo perché operare in acque basse e su ampi margini continentali è più semplice.
Tuttavia, diversi esperti hanno sottolineato che vi sono anche altri fattori, oltre a quelli geografici, a determinare la vulnerabilità delle infrastrutture. La vicinanza al sabotatore e il livello di contrasto geopolitico risultano essere generalmente più rilevanti delle caratteristiche batimetriche.
In aggiunta, anche gli scopi dei sabotatori sono fattori determinanti per la sicurezza dei cavi. In fase di crisi moderata tra Stati, l’obiettivo principale degli attacchi è di generare incertezza e frustrazione all’interno dello Stato bersaglio; in tempo di scontro, invece, il sabotaggio è dichiaratamente orientato a interrompere le comunicazioni.
Lo studio, quindi, dimostra come la vulnerabilità dei cavi sottomarini non è uniforme. I ricercatori, infine, propongono sei punti chiave per migliorare la sicurezza delle infrastrutture critiche sottomarine: adottare strategie di sicurezza eterogenee e differenziate in base agli scenari, dare priorità alla protezione dei singoli segmenti o sistemi, rafforzare i sistemi di allerta nelle cosiddette zone grigie, condurre valutazioni mirate delle vulnerabilità, sviluppare accordi regionali per condividere le risorse a disposizione, e aumentare la prontezza nazionale attraverso controlli periodici e protocolli di collaborazione tra il settore pubblico e quello privato.
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