In quale nuova dimensione siamo per quel che riguarda la cyber?
“Oggi viviamo nel ritorno alle infrastrutture fisiche come asset di supporto strategico per le infrastrutture di rete cibernetiche. Abbiamo piena integrazione e l’abbiamo avuta prima come proiezione delle attività reali nel dominio cibernetico. Il dominio cibernetico esiste in quanto esistono infrastrutture che permettono l’interconnessione tra dimensioni, come quella geografica, che permette quindi linee di comunicazione sempre più performanti, che oggi vanno dall’underwater fino allo spazio”, ha dichiarato il Direttore del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, Ivano Gabrielli, nell’intervista “One to One” con il Direttore di Cybersecurity Italia, Luigi Garofalo, in occasione della 2^ edizione di Space&Underwater – la Conferenza internazionale del quotidiano Cybersecurity Italia, presso la Caserma dei Carabinieri “Salvo D’Acquisto”.

“Tutto questo dà vita ad un ecosistema che deve essere protetto e tutelato, con momenti di integrazione crescenti. Fino a qualche tempo fa, nel 2005, l’unica struttura che si occupava di tutelare le infrastrutture critiche dal punto di vista digitale era una struttura di enforcement, quindi una struttura di Polizia che guardava al problema dal punto di vista della gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica.
Oggi quella dimensione è stata integrata e si integra in un sistema più ampio, in cui la resilienza strategica e la Difesa, così come il comparto intelligence, devono interoperare.
Ci troviamo di fronte ad un mondo che è strutturalmente cambiato nel giro di 20 anni. Oggi non si può parlare di pubblica sicurezza senza affrontarla nella multidimensione che riguarda, per l’appunto, la difesa dei confini, l’intelligence e le strategie di resilienza. Un mondo in cui si sono integrati tutti i profili della sicurezza andando a costruire un unico ecosistema che guarda alla sicurezza nazionale in uno scenario internazionale in cui la dimensione geopolitica è mutata ed è fondamentale dal punto di vista della tutela degli interessi economici, ma anche, io credo, della sovranità politica.
Bisogna quindi guardare a questo mondo in maniera integrata, mettendo in campo quelle che sono le capacità che ciascun settore può mettere e facendole dialogare tra loro”, ha detto Gabrielli.
Il valore della cooperazione giudiziaria
“Attraverso la cooperazione giudiziaria o di polizia possono essere raggiunti risultati che in altri settori, evidentemente, non si possono raggiungere. Ma la cooperazione giudiziaria oggi va vista, così come quella di polizia, come un asset verso il sistema di sicurezza nazionale. E questo è il momento evolutivo.
Noi finora abbiamo sempre ragionato per comparti, il comparto intelligence, il comparto law enforcement, il comparto difesa.
Oggi dobbiamo integrare questi comparti – ha precisato Gabrielli – perché riguardano gli asset più critici e più significativi, i presidi delle nostre democrazie. Attraverso i cavi, attraverso i dati trasportati, attraverso quel modo nuovo di fare economia, vengono rinnovati i processi democratici.
Tutelare questi asset significa tutelare le nostre democrazie e quindi questi sistemi devono essere integrati. Questo avviene cercando di trovare accordi a livello internazionale che permettano l’effettiva tutela, l’effettiva garanzia”.
Un nuovo framework?
“Ci si sta muovendo anche a livello europeo, noi siamo all’indomani dell’implementazione di un pacchetto che si chiama E-evidence, un insieme di norme europee che semplifica l’acquisizione di prove elettroniche transfrontaliere nei procedimenti penali, accelerando l’accesso alle prove digitali necessarie per indagini e processi, che per noi è un punto di arrivo fondamentale.
Oggi possiamo fare indagini andando a chiedere, direttamente a chi fa business a livello tecnologico nel nostro continente, di stabilirsi in Europa, indicando un proprio rappresentante per fornire le prove che poi permettono la ricostruzione degli episodi critici.
E alla fine l’unica forma di contrasto che è nota oggi, l’unica forma di contrasto giudiziaria, l’unica persecuzione di un fatto che è un fatto di reato con individuazione dei responsabili. Ma è un fatto che ha inciso molto sulla sicurezza nazionale di alcuni paesi ed europei in generale. Quindi rendiamoci conto di come oggi questi mondi debbano dialogare e come in qualche modo tutti dobbiamo sentirci responsabili di costruire una sicurezza di questo tipo”, ha affermato Gabrielli.

Un modello di formazione avanzato per assicurare le competenze necessarie ad una nuova classe di professionisti della sicurezza
“Abbiamo reclutato 250 ragazzi essenzialmente attraverso un colloquio di lavoro, senza passare dalle solite forme che in qualche modo impediscono di raggiungere quei talenti che effettivamente hanno delle capacità e non possono essere dimostrate attraverso la redazione di un testo scritto o di un esame.
Avere un confronto è stato molto faticoso, perché una commissione abbastanza strutturata e competente che, di fatto, ogni giorno, ha selezionato ed esaminato cinque ragazzi, pensate qual è il tempo dedicato all’esame di ciascun ragazzo. Questo ha permesso di intercettare delle professionalità, ma soprattutto quello a cui stiamo pensando è offrire oggi un momento di formazione.
Un momento di formazione molto spinto – ha detto Garbrielli – con la partecipazione di strutture private che supportano con quelle che sono le best practice internazionali, quindi i benchmark internazionali di formazione, calate all’interno di un momento di formazione pubblica, senza avere la paura di aprirci in qualche modo, riducendo quella che è la parte evidentemente istituzionale a favore di quella che invece è un’altra competenza importante.
Quello che pensiamo è che oggi le funzioni, ad esempio, della nostra struttura possano offrire e porsi sul mercato offrendo esperienze formative e curriculari. Quello che abbiamo chiesto a questi ragazzi, anche chiedendo perché alcuni decidessero di entrare all’interno delle forze di polizia, al di là di quella che è evidentemente anche la vocazione a quello di svolgere ed avere un contatto con ciò che succede effettivamente nella realtà, perché spesso e volentieri, bisogna capire che lavorare in una struttura come questa, lavorare in una struttura come l’Agenzia, significa mettersi in condizione di affrontare e di toccare con mano quelle che sono effettivamente i rischi o gli effetti di un attacco cibernetico, senza quindi essere all’interno di una fortezza ad aspettare che qualcuno attacchi. Lì ogni giorno hai un’esperienza significativa, quindi, al di là di quella che è la vocazione, hai la possibilità di formarti in una struttura statale, di avere un processo di formazione importante e quindi di costruirsi anche un background curriculare.
Questo forse oggi è la vera attrattiva che possiamo dare a ragazzi molto giovani che si affacciano in questo settore. Oggi partecipiamo a diversi piani formativi nostri esperti che insegnano, insegnano nel master, insegnano nei corsi universitari, insegnano in ITS. Così cerchiamo di costruire una classe di professionisti, frutto di una integrazione tra pubblico e privato, che possa essere al servizio del paese”.
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